Fallimento Coop operaie Il consulente dei pm descrive il «buco nero»

È proseguito ieri con l’esame del commercialista Piergiorgio Renier, consulente tecnico della Procura, il processo per bancarotta davanti al collegio del tribunale presieduto da Enzo Truncellito (a latere Francesco Antoni e Alessio Tassan) sul crac delle Coop Operaie. Imputati l’allora direttore generale Pierpaolo Della Valle, difeso dagli avvocati Marco Bianca e Maurizio Conti, e due componenti del collegio sindacale, Rodolfo Pobega (avvocati Salvatore e Filippo Capomacchia) e Tiziana Seriau (avvocato Federica Fantuzzi). Per la Procura in aula i pm Federico Frezza e Matteo Tripani

Renier ha cominciato ricordando che già dal 2010 si era registrato costantemente «un differenziale negativo tra prelevamenti e versamenti» e che «la Banca d’Italia aveva affermato di non avere compiti di vigilanza, con il risultato che si era venuto a creare una sorta di “buco nero”». «La cooperativa era sostanzialmente un enorme supermercato – ha puntualizzato –, che però non riusciva più a coprire i costi». Nel ripercorrere la genesi del crac Renier ha sottolineato che «nell’aprile 2013 il collegio sindacale aveva chiesto al consiglio di amministrazione di predisporre un piano pluriennale per riportare condizioni di equilibrio economico. Poi in effetti un piano venne presentato nel 2014, ma ormai “i buoi erano scappati”». La discesa nella voragine multimilionaria era iniziata: «Le perdite crescenti – ha spiegato – drenavano risorse, i negozi non rendevano, i soci non avevano più fiducia, le banche chiedevano di rientrare e non si riuscivano più a pagare le forniture. Ricordo che nel 2014 c’erano fornitori famosi, come Ferrero, che non ne volevano più sapere». —

P.T.

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