Garimberti unico indagato per omicidio

Si sono concluse le indagini in relazione alla morte del 40enne monfalconese Ramon Polentarutti. La Procura di Gorizia ne ha dato comunicazione all’indagato, Roberto Garimberti, attraverso la relativa notifica di avviso. All’uomo viene contestato il reato di omicidio volontario, nonché la distruzione e soppressione di cadavere. Entro 20 giorni dalla ricezione dell’avviso di conclusione delle indagini, l’indagato può prendere visione del fascicolo del pubblico ministero, in questo caso i magistrati titolari Laura Collini e Andrea Maltomini. In pratica, la Procura “scopre” le sue carte e l’indagato ha modo di conoscere le relative contestazioni e iniziare a impostare la propria difesa.
Le richieste dell’indagato
L’indagato può chiedere di essere interrogato dal pubblico ministero, istanza che dovrà essere obbligatoriamente accolta, nella consapevolezza che le sue dichiarazioni possano venire anche utilizzate contro di lui nel corso del processo. Può raccogliere prove documentali o testimoniali, depositare una memoria difensiva, o ancora richiedere ulteriori indagini a prova della propria innocenza. Istanze in questo caso che attengono alla valutazione del magistrato. Trascorso il termine dei 20 giorni, il pm potrà procedere con le richieste al giudice per le indagini preliminari, l’archiviazione o invece il rinvio a giudizio. Fin qui i passaggi previsti dall’articolo 415 del Codice di procedura penale.
Il procuratore capo
Confermati dallo stesso procuratore Massimo Lia: «Una volta ultimata questa fase interlocutoria, in base anche ad eventuali attività o elementi ulteriori raccolti, il pubblico ministero valuterà se andare avanti con la richiesta di rinvio a giudizio o, diversamente, limitarsi all’istanza di archiviazione».
Sta di fatto che la Procura di Gorizia ha compiuto un passo avanti rispetto a una drammatica e complessa vicenda che risale al 2012. Quando furono rinvenute nel canale Valentinis parti di ossa umane risultate appartenenti proprio a Ramon Polentarutti.
La denuncia di scomparsa
Il monfalconese Polentarutti scomparve il 14 aprile 2011. Fu la compagna a presentare denuncia. All’epoca peraltro si vociferava che l’uomo avesse raggiunto la Spagna. Certo è che Ramon fu visto l’ultima volta in via Carducci, nell’abitazione allora di Garimberti, presso la quale era in affitto, assieme alla donna e alla figlia.
Ossa nel Valentinis
Era il 2 novembre 2012 quando nel canale Valentinis furono rinvenute parti di ossa umane. Alcuni operai, alle prese con lavori di manutenzione alle vasche di raffreddamento della centrale A2A, trovarono impigliato in una delle griglie un sacco nero contenente una parte della colonna vertebrale con alcune vertebre, una clavicola e una scapola. Il sacco di plastica era forato facendo fuoriuscire degli spuntoni. Gli operai lo aprirono constatando la macabra scoperta. Ossa bruciate e segate. Il 10 gennaio 2013 non ci furono dubbi. Quelle ossa rivenute dal Valentinis appartenevano a Ramon Polentarutti. Lo confermò la comparazione con il Dna della madre del 40enne.
L’avvio delle indagini
Il 3 giugno 2013 gli inquirenti si concentrarono sull’abitazione di via Carducci. Nel giardino furono prelevati alcuni frammenti di ossa, oltre al sequestro di tutti gli strumenti che potevano essere utilizzati per lo smembramento del corpo. Assieme agli uomini della Polizia e della Scientifica, l’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo effettuò un sopralluogo, consegnando successivamente la sua relazione alla Procura. Fu sguinzagliato il cane molecolare. A carico di Garimberti furono contestate le accuse di distruzione e soppressione di cadavere. La mobilitazione inquirente si ripetè a novembre di quell’anno, quando scesero in campo gli esperti del Servizio centrale operativo (Sco) di Roma, che coordina l’attività investigativa della Polizia, nonché la Scientifica di Padova e i Cinofili. All’opera in quel cortile il georadar. Le ricerche si estesero inoltre nel Valentinis con i sommozzatori della Polizia.
Il test del Dna
I frammenti di ossa rinvenuti in via Carducci, anche questi bruciati e segati, furono sottoposti alla verifica del Dna, al fine di stabilire il collegamento con la vittima. Esito impossibile considerato lo stato compromesso di quei minuscoli reperti. Il legale della famiglia di Ramon, la madre Sofia Piapan e le sorelle, avvocato Ilaria Celledoni, richiese un accertamento più raffinato, la ricerca del Dna mitocondriale volto a stabilirne l’eventuale affinità attraverso la linea parentale materna. Un tentativo anche questo rimasto senza risposta.
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