I mille ex ragazzi del Trofeo Newton chiamati a raccolta dopo vent’anni

L’idea di Bon che lanciò l’iniziativa delle auto senza motore costruite, cercando uno sponsor, dagli studenti delle medie 
Altran Trofeo Newton ©Foto di Roberto Coco
Altran Trofeo Newton ©Foto di Roberto Coco



Giugno 1999, fine anno scolastico, e a Monfalcone si disputa la prima gara di velocità in discesa per auto prive di motore e costruite dagli studenti di scuola media. La versione evoluta dei “careti a baliniere” di più antica memoria. A vent’anni di distanza e a otto dalla conclusione del Trofeo Newton, perché così si chiamava la competizione, capace di coinvolgere in undici anni scolastici più di mille ragazzi delle medie della zona (con la partecipazione costante di Rivignano e della scuola della cittadina gemellata di Neumarkt, in Stiria) c’è chi vuole rimetterli assieme. A pensare alla rentrée l’ideatore e promotore del progetto Maurizio Bon che sta lavorando alla data del 1° giugno e farà sapere i dettagli.

Un incontro che non vuole essere nostalgico, ma piuttosto fornire l’occasione di raccogliere dagli oggi adulti e in alcuni casi genitori il feedback della loro esperienza da adolescenti. Magari per metterlo a disposizione e riprendere un’esperienza unica in Italia, che stimolava gli studenti a coniugare fisica e tecnica costruttiva, capacità imprenditoriale e coraggio? «Sarebbe bello, ma non sarei io a farlo – afferma Bon, oggi consigliere comunale –. Dovrebbe raccogliere il testimone un’associazione o un soggetto pubblico. Certo è che il trofeo potrebbe avere un inserimento nel Festival della scienza under 18».

Nel 1998 a credere nel progetto lanciato da Bon, con l’Associazione Leonardo creata per sostenerlo, fu l’allora preside della media Randaccio, e poi sindaco, Gianfranco Pizzolitto. Nella primavera del 1999 a sfidarsi lungo via Plinio furono cinque mezzi e altrettanti equipaggi, dopo che ragazzi e ragazze di seconda e terza media le avevano costruite, con le proprie mani, a scuola. Il trofeo attirò via via attenzione e partecipanti. Tanto da vedere spostato il circuito nella zona della stazione ferroviaria, lungo 360 metri di via Belforte, dove si arricchì di curve capaci di mettere alla prova le abilità dei piloti e dei costruttori. «Mi ricordo gli incontri con i genitori: le mamme erano preoccupatissime – racconta Bon –. Alle spalle c’erano però i calcoli di un ingegnere del Politecnico di Torino per fare in modo che i veicoli non superassero una certa velocità. In sostanza, quando si arrivava verso i 20 chilometri all’ora veniva piazzata una curva così che i piloti dovessero rallentare». A monte c’era anche un regolamento complicatissimo, «come le leggi italiane», con una burocrazia altrettanto complicata e spietata. «Per venire ammessi alla competizione era obbligatorio produrre l’accordo, una sorta di contratto, di sponsorizzazione stipulato con un “finanziatore” – spiega Bon – che, in cambio della fornitura dei materiali per costruire la macchina, pretendeva la pubblicizzazione e, opportunamente indirizzato dai tutor dei ragazzi, imponeva una colorazione del “bolide” completamente diversa da quella che la squadra aveva immaginato: insomma “ti finanzio per fare una cosa che ti piace non puoi pretendere anche che te la lasci fare come vuoi tu”». Si partiva inoltre con il superamento di un “quiz”, perché l’obiettivo era quello di mettere in pratica la teoria, ma strada facendo si imparava anche a fare squadra. Pure tra ragazzi e ragazze molto diversi tra loro, per carattere e attitudini. «Gli insegnanti cercavano di mescolare le carte», ricorda l’ex coordinatore della Associazione Leonardo, che alla fine, però, decise di lasciare per la scarsa convinzione dimostrata da buona parte del mondo scolastico. Studenti esclusi. Ora chiamati alla rentrée.—



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