IL CATALOGO DELLE TASSE FEDERALI

Lo chiamano federalismo. Ma potrebbe rivelarsi la via italiana per avere un ulteriore incremento numerico del ceto politico. Perché questo significa la moltiplicazione delle funzioni e dei livelli di governo. È pur vero che i federalisti annunciano un taglio delle funzioni centrali dello Stato. Ma è arduo pretendere e credere che la classe politica tagli spontaneamente la propria quota di potere politico ed economico. D'altronde, sarebbe come pretendere da un sindacato "salari più bassi"; oppure, da Confindustria "più tasse sulle imprese". In altri termini: nessuno si fa del male volontariamente. Meno che meno la classe politica. Difatti, accade il contrario. A riprova, la riforma federale (ultima bozza Calderoli) ci porta in regalo un nuovo livello di governo; anzi due: la città metropolitana; nonché la new entry di Roma capitale. Ed è ostico pensare che questo si traduca, invece che in un'ulteriore duplicazione di funzioni - in analogia con quanto accadde con la prima (anni '70 del 900) attuazione delle Regioni - in una loro semplificazione con conseguenti minori oneri fiscali. Si dirà: è un pensar male. Vero. Però è anche vero che il Belpaese vive una sorta di pathos salvifico, con continue disillusioni, centrato sulle riforme istituzionali. Però ciascuna inadeguata; dunque, bisognosa di correttive; e poi di altre ancora in una sorta di "rivoluzione costituzionale permanente" capace di sfasciare l'architettura labile dell'Italia.


Ed il federalismo rischia di essere proprio questo. Peraltro, su di un punto il Ministro Calderoli (cui va riconosciuto di essersi speso con passione, serietà e volontà di confronto con la migliore dottrina) ha assoluta ed indubitabile ragione. Ed è che i buchi della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, specie in materia di attribuzione di risorse economico-fiscali, impongono ulteriori interventi. Ed in questa logica è pure ovvio che si vada ad una qualche variate del cosiddetto "federalismo fiscale". Il che nulla toglie ai rischi dell'operazione. Anche perché restano numerosi scogli da affrontare. Uno, politicamente decisivo, riguarda la stessa ragione sociale di una Lega che, nata secessionista, deve giustificare la propria "normalizzazione" parlamentare "segnando" il senso della propria presenza al governo: cioè ottenere una redistribuzione del denaro pubblico a favore delle Regioni a Statuto ordinario del Nord Italia. Per questo partito si tratta di una necessità ineludibile: ideologica e di sopravvivenza. E questo fa oggi del federalismo una questione prima di decisione politica che di dottrina. Ma un nodo altrettanto complesso consiste nel costruire un (futuribile) fisco federale buono pure per le Regioni a Statuto speciale. Nel senso che o si ridiscute l'intera impalcatura di queste ultime (visto che loro posizione fiscale e costituzionale sono un tutt'uno) o sarà impossibile venirne fuori. Che poi in sostanza vuol dire renderle uguali agli altri membri (Regioni) del patto federale. Non è poco.


E le resistenze su questa strada saranno prevedibilmente estremamente forti. A preoccupare, inoltre, è che il disegno complessivo dei prossimi tributi federali sia estremamente vago. Come dimostrano gli annunci sull'Irpef regionale, pure pericolosi, come ricorda sul Sole/24 ore uno studioso come Enrico De Mita. Nel senso che sarebbe tragico dimenticare che si tratta dell'imposta statale principe sulla quale si regge la solvibilità del nostro debito pubblico. Meglio evitare sui nostri bond un "tango argentino". D'altra parte, il ritornello "Ici si; Ici no" che da più parti a Destra si intona, la dice lunga su quanto la questione "fisco federale" sia tuttora in alto mare. Naturalmente, se lasciato alla libera inventiva della politica, potremmo aspettarci un prossimo catalogo delle imposte locali di estrema varietà. E gli accenni ad un "paniere d'imposte" locali lo lasciano ben capire. Qui, per fortuna, dovrebbe essere la Costituzione ed il correlato principio di legalità a frenare gli eccessi di innovazione finanziaria obbligando (per fortuna del cittadino) a definire principi fiscali coerenti in tutti i cosiddetti "territori federati" d'Italia. Insomma, se si va nel concreto, la strada del federalismo fiscale è tutta ancora da determinare. Ciononostante, dalla bozza Calderoli viene il sospetto che il federalismo rischia di complicare ancora il sistema tributario. Quanto al calo della pressione fiscale, almeno durante la transizione dallo Stato regionale a quello federale: una mission impossible.

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