«Il Porto vecchio non può ridursi a un’operazione immobiliare»

Lasorte Trieste 15/11/18 - Porto Vecchio
Lasorte Trieste 15/11/18 - Porto Vecchio



Quale relazione si può costruire tra interessi privati e interessi pubblici nel recupero dell’area? Quali ricadute avrà questo auspicabile equilibrio di interessi sulla riappropriazione collettiva del Porto vecchio, così come sulla qualità degli spazi pubblici? Sono alcune delle domande che sono state al centro dell’incontro pubblico “Porto vecchio, impresa collettiva”, organizzato ieri dalla rete civica “Un’Altra Città” nella Sala Giubileo. L’evento si è aperto con una riflessione dell’architetta Lucia Krasovec sul ruolo dei beni comuni per la costruzione di una città e della sua comunità, che spesso però «vengono distrutti in maniera passiva e neutrale». «Il Porto vecchio oggi dovrebbe diventare il luogo da cui parte la rigenerazione in tutta la città – spiega Krasovec -, perché è inevitabile che non determini dei cambiamenti in tutto il suo tessuto. Ogni intervento dovrà essere inserito in questa visione d'insieme della città per rideterminarne una partenza».

L’intervento successivo è stato quello di William Starc, che ha ragionato attorno alle potenzialità e i rischi insiti nel futuro del porto vecchio. «Dagli anni ’80 abbiamo visto un interesse per la trasformazione delle aree abbandonate – ha affermato Starc -, come porto San Rocco e l’area Fiat di Campo Marzio che sono due interventi che ora stanno soffrendo di sottoccupazione. La preoccupazione è: Porto vecchio sarà questo? Se fosse solo un’operazione di tipo immobiliare senza risultati per la città sarebbe molto grave». L’incontro è proseguito con una panoramica di Roberto Dambrosi su alcuni dei “buchi neri” presenti nel tessuto urbano della città e poi con una sessione partecipativa di tavoli di lavoro, coordinati da Riccardo Laterza e Gaia Novati, con il compito di approfondire i vari temi trattati in precedenza. —



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