LA CITTA’ CON PIU’ ATLETI

Ogni quattro anni si rinnova un piccolo miracolo laico: una città “strana” come Trieste e una regione piccola come il Friuli Venezia Giulia anno un contributo ben superiore alle loro dimensioni alla squadra olimpica azzurra. È sempre stato così, in particolare per Trieste, che ha vissuto la sua modernità con ampio anticipo rispetto a un’Italia a cui voleva appartenere. Fare sport, liberare il corpo, anche quello delle donne, a Trieste è sempre stato più facile. Il suo spirito è sempre rimasto cosmopolita (quindi intimamente olimpico) anche quando il nazionalismo (in Italia e nel resto del mondo) si è impadronito delle glorie sportive.


Fin dall’inizio del secolo scorso i triestini, i giuliani, i dalmati e poi anche i friulani (soprattutto da quando sono iniziati i Giochi invernali) hanno costruito un pezzo della propria identità individuale e collettiva misurando e temprando con lo sport la propria volontà e il proprio corpo. Per decenni lo sport ha cercato di tenere unito ciò che le guerre e le ideologie avevano diviso e a tratti lacerato, ma lo sport ha sempre cercato di vincere - come poteva - la sua battaglia per far “giocare” e gareggiare tutti, indipendentemente dalla loro provenienza, lingua, religione (di razza c’è solo quella umana, come ci ha ricordato Albert Einstein).


È come se in queste terre lo “spirito olimpico” avesse trovato un humus particolarmente fertile, che continua a dare i suoi frutti, continuando a mescolare memorie e cognomi che hanno provenienze multiple. Per me tutte le Olimpiadi sono belle per definizione. E – spero - saranno belli anche i Giochi di Pechino 2008, nonostante il Tibet, le censure e le persecuzioni, perché gli atleti si conosceranno, gareggeranno, impareranno gli uni dagli altri e scopriranno di essere straordinariamente simili anche quando fanno risultati diversi. Adesso, nonostante le tentazioni della propaganda politica, i nuovi “padroni” dello sport rischiano di essere la pubblicità e la televisione, che hanno riversato dentro lo spettacolo olimpico risorse economiche enormi, che hanno spazzato via quasi ogni traccia dell’aristocratico e forse ingenuo dilettantismo del barone de Coubertin.


Per questo, forse, da quando lo sport è diventato troppo ricco e televisivo, Trieste e il Friuli Venezia Giulia sono lentamente scivolati fuori dal panorama degli sport “maggiori”, ma hanno continuato a formare atleti di grande valore e anche atleti “paralimpici”, che rappresentano – con tutta probabilità - il senso più autentico e originale dei Giochi. Trieste, con i suoi 11 atleti olimpici su 347, è la città più rappresentata d’Italia e da sola ne ha più di Puglia, Marche ed Umbria messe assieme (questa realtà così importante e consolidata vorrà pur dire qualche cosa rispetto l’immagine un po’ “piagnona” della città che spesso viene diffusa, mentre è piena di risorse, di lavoro e di successo che andrebbero valorizzati).


Certo, i Giochi Olimpici sono “anche” uno spettacolo, spesso il potente di turno ha cercato di farsi bello e forte con la fatica degli altri, lo sport ha sempre eccitato l’orgoglio nazionale, eppure chi si merita un’Olimpiade sa che partecipare e magari vincere rimane il sogno più bello della vita. Il ricordo della partecipazione olimpica – comunque vadano le gare - resterà il più prezioso ed importante della vita. Adesso, a Pechino 2008, stanno per arrivare – anche per i nostri atleti - nuove esperienze, nuove gare, nuovi risultati, ci saranno sorrisi e lacrime, ma nessuno –per quanto ricco o potente- potrà appropriarsi di quei ricordi

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