LA GIUSTIZIA È IL NODO
L’intervista di Silvio Berlusconi al settimanale ”Tempi” è per molti versi la classica intervista estiva. Non vi è nulla di nuovo nel suo attacco ai giudici, o nella sua vocazione a sostituirsi al Csm nel dare le pagelle ai magistrati. Pagelle in cui i cattivi sono quelli che non la pensano come lui e che non sono disposti a ignorare il conflitto di interessi, l’interesse privato in atti pubblici, le malefatte sue e dei suoi amici. Non è nuova neppure l’esasperazione di toni con cui alcuni giudici (e non solo loro) rispondono: il ”rischio di fascismo” evocato dal segretario dell’Associazione nazionale magistrati è un esempio di quanto faccia male usare a sproposito le parole e la storia. Non è nuovo, infine, l’attacco di Berlusconi al Partito democratico, anche se l’accusa di giustizialismo appare perlomeno intempestiva. Di Pietro infatti sta pensando a una propria candidatura in Abruzzo proprio in alternativa al Pd, e la sfida sarebbe tutta nei confronti di quest’ultimo. La posta in palio per Di Pietro, infatti, non è sconfiggere il centro-destra ma scavalcare il Pd nella corsa al ballottaggio, cercando di influenzare in questo modo il panorama nazionale dell’opposizione.
L’attacco del premier a Veltroni, inoltre, avviene alla vigilia di un confronto sul federalismo fra Bossi e il sindaco di Torino Chiamparino: il dibattito andrà seguito con attenzione, ma appare difficile che da qui vengano insidie vere alla solidità della maggioranza. In realtà oggi il Pd non fa paura a nessuno, diviso e paralizzato com’è. Lo stesso Chiamparino, simbolo di un centrosinistra capace di governare, è giunto a dichiarare che non vorrebbe neppur prendere la tessera del partito nella sua città, esasperato com’è dalle contestazioni. E poi ci sono le guerre interne in Sardegna, le tensioni in Calabria, in Sicilia, in Campania e altrove. Un disastro, c’è poco da girarci attorno. Sull’immediato, dunque, il sassolino tirato da Berlusconi non ha grande interesse, ma proprio la pausa estiva potrebbe permettere riflessioni più pacate sul nodo che sta sullo sfondo: il nodo ormai incancrenito dei rapporti fra politica e giustizia, frutto di una storia che ha superato ormai il quarto di secolo.
È cominciata agli inizi degli anni ottanta, con i primi, durissimi attacchi di leader politici agli allora giudici di Milano. Fece da battistrada Craxi, e i magistrati accusati di abusi di potere stavano indagando su Calvi e su Sindona (che Craxi e Forlani difesero fino all’ultimo). Poi sono entrati nel mirino craxiano, e non solo craxiano, i giudici torinesi e genovesi che indagavano sulla corruzione delle amministrazioni locali, e molti altri ancora. Da questo punto di vista gli anni ottanta sono stati un decennio doppiamente devastante: da un lato hanno creato nei politici una sensazione di onnipotenza e di sostanziale impunità, dall’altro hanno enfatizzato il ruolo dei giudici, alimentando l’idea che ad essi spetti in qualche modo un ruolo di supplenza. Molti e profondi guai sono nati da qui, e oggi non basta più ribadire –come è sacrosanto - che la responsabilità principale non è dei giudici. O che un’anomalia come quella rappresentata da Berlusconi non è tollerata in nessun paese civile. Dire tutto questo, oggi, non basta più, e l’agonia dell’opposizione non aiuta a superare un nodo che appare ormai quasi irrisolvibile.
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