LA GRANDE SFIDA DI TRIESTE
Porto. Ferriera. Commercio. Il conflitto che attraversa i capitoli centrali della discussione sul futuro di Trieste rende visibile la questione con la quale la città deve fare i conti: il suo modello di sviluppo o di modernizzazione. E con esso la capacità di dire chi siamo, che cosa vogliamo. Le notizie che si susseguono, positive e negative, ci fanno percepire l’altalena sulla quale si decide il nostro destino. Il punto sembra questo: il rilancio dello sviluppo sociale è il motore di una crescita sulla quale Trieste dovrebbe investire.
Ma qui compare il problema irrisolto: a quale modello guarda Trieste? Vuole essere una Sanremo del Nordest, vale a dire una piacevole città di anziani dove la qualità della vita è di buon livello, si vive di rendita finché si può, ma il cui peso, le cui ambizioni sono destinate a ridursi fino a contare ben poco? O, al contrario, Trieste vuole pensare se stessa come una Genova dell’Alto Adriatico proiettata sullo scacchiere d’Oriente, una città che compie investimenti qualificati che possano rilanciarne ruolo, status, benessere? La Trieste capitale di cui il nostro giornale ha lanciato il simbolo? Pensiamo al passato o al domani nel quale i nostri figli vivranno? È la risposta che manca.
Per di più, se il capoluogo risente di una visione appannata, l’intera Regione perde il punto di riferimento attorno al quale immaginare la strategia complessiva. È la responsabilità di Trieste capoluogo. Non si parte certo da poco. C’è una società da valorizzare: lo testimonia l’aumento nel 2007 delle esportazioni di oltre il 12%, il che dimostra che esistono settori vitali (non solo la cantieristica) sui quali contare. Allora, che cosa serve per superare le difficoltà e sfruttare i nostri asset positivi? Non solo il progetto. Piuttosto, occorre una nuova mentalità, che chiami i triestini, individualmente e insieme, a uno sforzo che crei un clima di collaborazione e di confronto competitivo sulle proposte. Trieste si trova stretta tra conservazione e innovazione, tra una lettura statica del mondo e di se stessa e una dinamica.
Il prof. Claudio Magris in un bellissimo articolo sul Piccolo ci ha raccontato come Trieste sia cambiata e di come questo dia speranza. Se guardiamo alle realtà metropolitane che più si sono qualificate in questi anni, possiamo trarne qualche elemento utile. Milano, Torino, Genova, Roma, le città che hanno segnato un netto cambiamento di rotta hanno in comune un dato di fondo. Esse hanno investito in settori strategici come il terziario avanzato, la ricerca, la scienza, l’alta formazione, la cultura, il commercio sofisticato, un turismo di qualità, l’artigianato specializzato. La ricetta è un mix di interventi in cui accanto alle imprese manifatturiere modernizzate, cresce una economia nuova che guarda al mondo e che offre un sistema di opportunità. L’architrave di questo disegno non è il turismo, ma sono le imprese e il terziario avanzato.
Rispetto alla media italiana del 66%, a Milano hanno investito per il 67% in questa direzione, a Genova per il 79%, a Roma per l’82%. Questo settore cresce costantemente accanto a un forte radicamento industriale, al quale si possono poi affiancare turismo e commercio di qualità (ma con i negozi chiusi?). Trieste con le sue assicurazioni, i suoi laboratori di ricerca, le sue università, avrebbe la struttura adatta a candidarsi come polo attrattivo. Soprattutto, ha al centro di questa costellazione il porto, che può rappresentare il volano del rilancio. Ma serve il coraggio di congedarsi dalla vecchia idea di attività burocratiche di bassa qualità o assistite, per evolvere in un nuovo habitat nel quale siano presenti circuiti professionali qualificati, tecnologia, imprenditorialità con relazioni sul mercato globale, talento.
Abbiamo bisogno di investimenti grandi, per i quali la Regione forse appare distante, e piccoli. Trieste richiede cura e manutenzione e i sindaci Illy e Dipiazza hanno trasmesso un forte impulso. Ma la classe dirigente, la società devono darsi una Grande Sfida con cui misurarsi. Forse c’è bisogno di una leadership che orienti al futuro. Ma chi vuole e può svolgere questa funzione? La conseguenza di una scelta sbagliata non sarebbe indolore: rischiamo il ripiegamento, il declino dorato, l’acuirsi delle paure. Trieste può avere successo. Ma il futuro bisogna meritarselo.
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