LA TASSA NASCOSTA

Berlusconi e la coalizione di centrodestra hanno ampiamente vinto le ultime elezioni politiche facendo presa su un elettorato deluso dalla precedente gestione Prodi soprattutto in seguito a certe misure d'imposizione fiscale, recepite da molti cittadini come un'espropriazione indebita del loro portafoglio.


Trovatisi a ereditare un voluminoso deficit pubblico dalla precedente gestione Berlusconi, il professore bolognese e il suo ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa hanno infatti ricevuto da Bruxelles l'ingiunzione di aggiustare velocemente i conti pubblici e hanno scelto a tal fine la via più impopolare: non tagli drammatici alla spesa - che le categorie penalizzate percepiscono meno direttamente come un danno, ma il cui impatto reale sulla redistribuzione del reddito è molto forte - ma piuttosto un aumento, enfatizzato dall'opposizione di allora, della pressione fiscale.


Ciò ha suscitato l'inevitabile malcontento non solo dei ceti medi e alti, ma pure curiosamente di quelli più deboli. Risultato: risanamento delle finanze pubbliche con relativo plauso di Bruxelles, ma cocente rovescio elettorale del centrosinistra aldilà delle più pessimistiche previsioni. Senza trascurare il peso che ha avuto nel Governo Prodi la disomogeneità della coalizione che lo sosteneva e che lo ha condotto all'implosione finale, la sanzione da parte dell'elettorato è stata decretata con la mente rivolta essenzialmente al portafoglio.


Politica estera, immigrazione, riforme istituzionali e altre questioni centrali per la vita democratica, per quanto sembrino alimentare e smuovere la sensibilità e il pathos dei cittadini, alla fin fine incidono solo tangenzialmente sull'esito elettorale.


Ora Berlusconi sta apparentemente adempiendo, sia pur timidamente, alle sue promesse: annuncia sgravi fiscali di vario genere - sbandierati trionfalmente in Italia e minimizzati di fronte alla burocrazia europea per non entrare nella lista nera dei cattivi di Maastricht - e ha abolito l'ICI. E gli italiani, almeno ad ascoltare i sondaggi, appaiono soddisfatti e si sentono più ricchi. Intanto, senza che molti ci facciano caso, l'Istat rivela che il tasso d'inflazione nell'ultimo mese, calcolato sulle spese ad alta frequenza, ha toccato il 6,1%. Cifra da rivedere probabilmente al rialzo, se si tiene conto che tale istituto di rilevazione statistica è un braccio dell'ammistrazione statale, e per tale ragione tende a fornire un quadro più ottimistico possibile. E l'inflazione è una variabile chiave per misurare lo stato di salute di un paese.


Non solo essa erode il potere d'acquisto dei salari o, altrimenti, innesta una rincorsa prezzi-salari con la conseguente minaccia di una robusta e duratura stagflazione, ossia una pericolosa combinazione di aumento dei prezzi e calo dell'occupazione. L'inflazione provoca pure il fenomeno del fiscal drag: aumenta il reddito nominale ma non il suo potere d'acquisto, tale aumento lo fa slittare in uno scaglione superiore soggetto a una maggiore aliquota, e quindi il contribuente si trova più povero.


L'inflazione inoltre diminuisce il valore reale dei titoli in possesso delle famiglie, i quali sono denominati in euro. Se la ricchezza di chi investe decresce, a gioire sono invece i debitori: la somma che essi devono restituire, espressa in termini di potere d'acquisto, è infatti inferiore a quella inizialmente pattuita. E il soggetto più indebitato - e che quindi trae maggiori benefici dall'inflazione - è lo Stato con i suoi 1600 miliardi di euro di esposizione.


L'inflazione incide dunque sul bilancio pubblico come una vera imposta e permette, in mancanza di introiti fiscali adeguati, di finanziare i deficit di esercizio. Non a caso gli economisti usano i termini ”tassa inflazionista” o ”signoraggio” per indicare il finanziamento del disavanzo pubblico con l'inflazione la quale è dunque la contropartita di sgravi fiscali non accompagnati da una contestuale riduzione della spesa pubblica.


E a farne le spese saranno ovviamente ancora le famiglie. Ma curiosamente gli italiani - e non solo loro - tanto sono irritati da aumenti della pressione fiscale quanto sono disposti a pagare senza fiatare la tassa inflazionista, costosa e pure insidiosa perché mimetizzata in complicati quadri congiunturali e statistici e imputabile a fattori rispetto ai quali il Governo può facilmente dichiarare la sua estraneità.

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