L’Albania non ha dubbi: «Adesso arrivano da noi»

TIRANA. Sono quasi le undici di sera quando il ministro dell'Interno Saimir Tahiri rientra nel suo ufficio alla Guardia repubblicana albanese. L'aria stanca e la cravatta già appoggiata sulla scrivania, il ministro si lascia cadere su una poltrona di pelle e congiunge le mani a sorreggersi il mento. Da quando i Paesi dei Balcani hanno dichiarato "chiusa" la rotta migratoria verso l'Europa, il suo Paese è nell'occhio del ciclone, ovattato in una calma di cui ci si domanda la durata.
«La questione non è se i rifugiati arriveranno o meno in Albania dalla Grecia, ma quando succederà - afferma il ministro Tahiri, soppesando le parole - Finché i confini rimarranno chiusi e finché continueranno gli sbarchi in Grecia, sarà soltanto una questione di giorni o di settimane e, ciò che è certo, è che quando questo accadrà, se non ci sarà una soluzione comune, sarà un problema non soltanto per l'Albania ma per l'Europa in generale».
La rotta balcanica è dunque sul punto di essere deviata verso Ovest. Una deviazione che avverrà «presto o tardi, anzi più presto che tardi», chiosa il ministro. Che cosa sta facendo Tirana per prepararsi a questo scenario, se dall'ipotesi remota si è già passati a «soltanto una questione di tempo»? «Abbiamo preso delle misure di emergenza, che vanno dallo scambio di informazioni con i Paesi partner, al controllo rafforzato della frontiera, passando per uno screening più attento di chi attraversa il confine - illustra Saimir Tahiri - Ma non basta, serve un supporto europeo, perché questo non è un problema albanese o greco, ma un problema comune».

Sul territorio greco, la Croce rossa stima che ci siano ora circa 50mila persone, di cui circa 15mila nel solo campo di Idomeni, inizialmente ideato per gestire il transito di un massimo di 2mila anime. Quante di queste persone l'Albania potrebbe ricevere oggi? «Qualunque sia il numero di persone che possiamo accogliere, sarà comunque sempre insufficiente», risponde il ministro, che preferisce non parlare di cifre. Secondo un funzionario dell'Unione europea, però, «ora come ora, l'Albania può accogliere decentemente non più di 200 persone al giorno».
Tra le misure prese dal ministro dell'Interno albanese negli ultimi giorni, figura anche il memorandum discusso la settimana scorsa a Roma con il ministro Alfano e ancora in attesa di una firma definitiva. Un accordo che dovrebbe portare in Albania un certo numero di mezzi - «sopratutto veicoli equipaggiati per il controllo della frontiera», precisa l'Ambasciatore d'Italia a Tirana, Alberto Cutillo - e di uomini, incaricati inizialmente di formare i colleghi albanesi. «Abbiamo richiesto degli equipaggiamenti che saranno utilizzati per cominciare alla frontiera greco-albanese e in seguito anche lungo la costa, se necessario», riprende il ministro Tahiri, che annuncia: «Se la situazione dovesse peggiorare, potremmo richiedere anche l'invio di uomini, ma per il momento possiamo comunque contare sulla Guardia di Finanza che è qui da diversi anni per aiutarci a combattere il traffico di droga e il cui mandato sarò allargato alla lotta al terrorismo e al crimine organizzato e al controllo del flusso di migranti».
Se per il ministro dell'Interno italiano, «non c'è per il momento evidenza di una nuova rotta via Albania», il viavai di rappresentanti di governo tra le due sponde dell'Adriatico lascia pensare che la politica si stia comunque muovendo in un'altra direzione. Alfano, che ha assicurato che si recherà a Tirana «nei prossimi giorni», ha anche richiesto ieri a Bruxelles che «il tema dell'Albania non sia solo italiano», poiché «l'Albania può essere un partner strategico nell'affrontare la questione migratoria nei Balcani». «La rotta adriatica è l'incubo numero uno di Italia e Albania», analizza Marie-Hélène Verney, rappresentante dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) a Tirana.
La squadra locale dell'agenzia dell'Onu ha elaborato a sua volta un piano di emergenza per la gestione di un'eventuale rotta migratoria in ingresso, supplementare a quello del governo, anche perché «oggi, in Albania non c'è nessun campo profughi pronto». Stando a questo piano d'azione, l'Unhcr, i cui uomini e mezzi sono attualmente concentrati in Grecia, assicura di poter gestire - con l'aiuto delle autorità locali - un flusso di mille persone al giorno e per un massimo di cinque giorni, «il tempo necessario a dirottare in Albania nuove risorse dalla Grecia o dal nostro centro regionale di Salonicco». All'immancabile domanda, «quando scatterà questo piano?», la funzionaria Onu azzarda: «Penso che se non ci sarà un grande movimento di persone nelle prossime due settimane, allora non ci sarà nessuna deviazione verso l'Albania». Se Verney ha ragione, i prossimi giorni saranno ancora più lunghi per il ministro Tahiri.
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