L’amico di Lisini: «Non credo al suicidio»
Campisi riappare a Trieste. «Provai invano a contattarli, mi preoccupai e diedi l’allarme»

di Claudio Ernè
«Ora anch’io ho molti dubbi sulla tesi dell’omicidio-suicidio. Fino a un paio di giorni fa avevo pensato a una disgrazia, a una lite finita male tra il mio amico Massimiliano Lisini e la ragazza ceca, ospite a casa sua. Una spinta, una sberla, Andrea Dittmerova che cade, sbatte il capo e muore. Quanto è emerso nelle ultime 48 ore mi costringe invece a rivedere tutto, forse anche a cambiare idea».
Massimiliano Campisi 41 anni, ha raccontato la sua verità sulla morte di quello che per più di dodici anni è stato il suo migliore amico. Non lo ha fatto per telefono chiamando dalla località della Repubblica ceca in cui l’ex gestore di palestre risiede e lavora da tre anni. È arrivato a Trieste domenica sera in compagnia della moglie, guidando la sua Audi. Nove ore di viaggio attraverso l’Austria e la Slovenia. Poi la telefonata e l’appuntamento.
I DUBBI. «Hanno messo in crisi le mie convinzioni i dettagli emersi sul Piccolo in questi giorni. Nel 2007, subito dopo la duplice tragedia, mi ero presentato agli inquirenti nella caserma di via dell’Istria. Sono stato sentito due-tre volte ma nessuno mi aveva informato che le finestre erano state sigillate col nastro adesivo. Non sapevo nemmeno dell’apertura della porta del frigorifero, fatta ad arte per provocare la scintilla e la deflagrazione. Fortunatamente è entrato in funzione il salvavita. L’avevo messo io quando ho restaurato con Massimilano il suo appartamento. Sono geometra e questo lavoro l’ho fatto ad arte, come fosse casa mia.
Ho installato anche un impianto di idromassaggio. In quell’appartamento ho anche vissuto per un anno. Me lo aveva affittato Massimiliano. Mi spiace che qualcuno degli inquilini associ quella mia antica presenza nell'appartamento a una bella ragazza di colore. Sono caduti in errore, la ragazza ha vissuto lì a lungo perché all’epoca era la fidanzata di Massimiliano. È vero, a lui piacevano molto tutte le donne ma è sempre stato discreto, gentile, riservato, rispettoso. Ecco perché ritengo improbabile, alla luce dei nuovi fatti, che lui abbia spinto o picchiata la ragazza ceca. Non era nel suo stile. Basta dire che un paio di giorni prima della duplice tragedia, ero salito nell’appartamento di piazzale Capolino a salutarli: lei era insediata nella stanza da letto, mentre lui dormiva sul divano del soggiorno».
LA RAGAZZA. Secondo il racconto di Massimiliano Campisi, Andrea Dittmerova era arrivata quasi per caso a Trieste. Tutto era iniziato dalla richiesta fattagli da un certo Thomas, amministratore nella Repubblica ceca di una società che affitta macchine per scommesse e giochi elettronici. «Mi aveva chiesto se conoscevo qualcuno in Italia in grado di ospitare una sua conoscente, interessata a trascorrere qualche giorno di vacanza. Gli avevo risposto affermativamente e subito dopo avevo telefonato a Massimiliano Lisini che all’epoca viveva da solo. Lui aveva detto sì. Gli ho fornito il numero di telefono della ragazza e l’accordo è andato a buon fine. Da quanto mi è stato detto Andrea Dittmerova è salita sul bus che da Praga raggiunge Udine all’una di notte. Lì Massimiliano l’aspettava con la Lancia Lybra che io gli avevo prestato. In quei giorni sono passato a casa di Max per salutarli. Stavano bene. È stata l’ultima volta che ho visto vivo il mio amico. Subito dopo sono partito per Praga».
L’ALLARME. «Per un paio di giorni, credo tra il 14 e il 16 o tra il 15 e il 17 del luglio 2007, non ho più avuto sue notizie. Eravamo sempre in contatto via sms. Ho provato a chiamare, ma il telefono è risultato muto. Ho tentato anche con l’apparecchio della ragazza che in vita mia avevo visto solo una volta. Era una ragazza minuta, 40 chili, tranquilla. La ricordo con addosso un paio di scarpe da tennis. Ma anche il suo telefono era spento. Dopo altre 24 ore di silenzio ho iniziato a preoccuparmi perché Massimiliano mi aveva assicurato che avrebbe riaccompagnato Andrea a Praga. Non vedendoli arrivare e non sapendo nulla, sabato 16 luglio ho telefonato alla Questura di Trieste, chiedendo se per caso il mio amico e la ragazza fossero stati coinvolti in un incidente stradale. Non ho ottenuto alcuna informazione e la mia angoscia e i miei interrogativi sono aumentati. Il giorno successivo - era domenica - mia sorella mi ha informato che Max era stato trovato cadavere a Monte Grisa nella vettura che io gli avevo prestato. Poche ore dopo ho saputo anche della morte di Andrea Dittmerova. Nei giorni successivi sono rientrato a Trieste e ho riferito tutto ciò che sapevo ai carabinieri. Ho fornito loro i miei recapiti e i numeri di telefono. Anche ora, a più di un anno di distanza dalla tragedia, sono sempre a disposizione».
AMICIZIA. «Ho vissuto accanto a Massimiliano Lisini più di dieci anni della mia vita. Lui era stato cliente della mia palestra di Opicina, poi era stato coinvolto nelle mie iniziative imprenditoriali. Avevo quattro negozi di abbigliamento in Borgo teresiano, due centri di abbronzatura, uno a Monfalcone, l’altro in via Bramante. Sono fallito a causa dello sbarco a Trieste di tanti commercianti cinesi. Mi hanno massacrato ma credo di aver pagato tutti i miei debiti contratti con quelle attività. Lo può dire con più certezza il curatore fallimentare. Max non è stato coinvolto nel mio crac e in quello delle mie società: lui aveva parecchi soldi guadagnati in Borsa negli anni buoni. Ricordo che dopo l’attentato alle Twin Towers aveva perso parecchio, ma riusciva comunque a vivere bene, forse anche a investire all’estero. Sapevo dei suoi viaggi a Cuba e in Venezuela, ma non ne conoscevo i dettagli. Lui era sempre molto riservato e taciturno».
IL PRESENTE. «Come pianista era eccezionale: lo ricordo mentre suona al mio matrimonio. Mi spiace dover smentire chi ha segnalato la mia presenza in un supermercato di Sesana. Non vi sono mai stato. Vivo all’estero, nella Repubblica ceca, la famiglia di mia moglie mi ha aiutato uscire dalla difficoltà. Non riesco a dimenticare Max e se lo hanno ucciso, devono essere stati molto molto preparati e determinati. Lui era un buono».
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