«Le carceri sovraffollate negano ai detenuti la dignità Le istituzioni intervengano»

«Il sovraffollamento nelle carceri impone alle istituzioni l’adozione di misure risolutive che restituiscano la dignità alle persone detenute». È quanto ha auspicato ieri il garante nazionale per i diritti delle persone detenute e private della libertà personale Mauro Palma nel corso di una conferenza sul tema “Dignità e carcere” organizzato dalla Cattedra di Diritto dell’esecuzione penale, dalla Camera penale di Trieste “Prof. Sergio Kostoris” e dal Dipartimento di Scienze giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione dell’Università. Secondo il Garante, sul sovraffollamento incide l’utilizzo degli istituti penitenziari per le detenzioni di breve durata, molto spesso di poche notti, in attesa dell’udienza dal magistrato. Fattore che provoca strascichi negativi inutili per gli stessi istituti di detenzione: «Le carceri italiane sono affollate in particolar modo da detenuti con pene brevi mentre i detenuti di lungo corso (che riportano cioè condanne superiori ai cinque anni, ndr) costituiscono non più di un terzo della popolazione carceraria. Dev’essere di importanza preminente, perciò, pensare non solo alla situazione carceraria attuale, ma anche a quella futura, prendendo come punto di riferimento la nota sentenza Torreggiani del 2013, attraverso la quale la Corte di Strasburgo condannò l’Italia per il sovraffollamento carcerario.
«Oltre al disagio e al degrado in cui queste persone sono costrette a vivere – ha aggiunto Palma – il sovraffollamento carcerario rende difficile lo svolgimento di quelle attività finalizzate al recupero e al reinserimento sociale del condannato. In questo ambito negli ultimi anni si sono registrati solamente dei miglioramenti timidi e parziali». Palma si è quindi soffermato su un altro aspetto che determina un aumento cosiddetto “improprio” della popolazione carceraria, vale a dire la diminuita possibilità di uscire dagli istituti detentivi, dal momento che il numero di persone finite nelle carceri negli ultimi anni è comunque in progressiva diminuzione. Ciò sta a significare che «le pene sostitutive alternative, che avevano come scopo precipuo quello di evitare il carcere per i crimini di minore entità, hanno finito con il perdere il loro scopo iniziale». L’obiettivo delle istituzioni, perciò, deve essere quello di «fare in modo che la pena sia uno strumento utile ad agevolare un reinserimento sociale e non una condanna ulteriore all’esclusione e alla marginalizzazione, fattori che a lungo termine portano a una probabile recidiva».—
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