L’imbrattatore della Questura si nega alla perizia psichiatrica

Il giudice vuole valutare se l’uomo fosse consapevole nel momento in cui aveva lordato i muri con delle scritte senza senso e non offensive



È diventato una sorta di “inseguimento”, quello del Tribunale di Gorizia, per sottoporre l’uomo alla perizia psichiatrica. Marco Mischou, sessantenne figlio di una nota famiglia goriziana, è finito a processo per aver imbrattato i muri della Questura. La difesa, rappresentata dall’avvocato Guglielmo Bancheri, aveva richiesto l’esame d’ufficio. Il giudice monocratico Fabrizia De Vincenzi, accogliendo l’istanza, aveva nominato lo psichiatra Anzallo Calogero, dirigente del Centro di salute mentale dell’Alto Isontino. Ma il sessantenne è sfuggito alla perizia psichiatrica poiché non ha provveduto a contattare il medico incaricato dal Tribunale. Il quale, a sua volta, ha tentato di rintracciarlo, invano, poichè l’uomo s’è reso irreperibile.

A questo punto s’è aperta una via alternativa, la verifica circa lo stato psichico “sulle carte”, quelle in dotazione all’amministratore di sostegno al quale il sessantenne era stato affidato sulla scorta di una parziale capacità di intendere e volere. Lo psichiatra Calogero, nell’accedere alla documentazione, dovrà valutare in particolare lo stato clinico dell’uomo nel periodo in cui aveva imbrattato i muri della Questura, proprio al fine di appurare se allora fosse in grado di intendere e volere. Diversamente, ma sarà il giudice a stabilirlo, si potrebbe prospettare una perizia psichiatrica coatta, che la stessa difesa ha già richiesto in subordine rispetto alla verifica delle carte.

Un comportamento, quello di sfuggire all’esame, già manifestato dal sessantenne in fase preliminare, dopo che il gip, su richiesta della Procura, aveva disposto la perizia psichiatrica, e che aveva comportato il rinvio a giudizio.

La perizia è finalizzata a valutare se l’uomo fosse consapevole nel momento in cui aveva imbrattato i muri della Questura, se sia socialmente pericoloso e se abbia capacità di stare in giudizio. In sostanza, se ci siano le condizioni per ritenerlo o meno cosciente del danno provocato e in grado di affrontare il procedimento a suo carico.

Il fatto risale al dicembre del 2014. Il goriziano aveva imbrattato i muri dell’edificio della Polizia di Stato con un pennarello celeste. Parole “vergate” alla rinfusa, risultate decisamente poco chiare, comunque non ingiuriose, né accusatorie nei confronti di alcunché, tantomeno della Polizia, vista la struttura imbrattata. Non c’era alcuna logica in quei “graffiti” che tuttavia avevano danneggiato l’edificio. Qualche giorno dopo il sessantenne s’era ripresentato e aveva “oscurato” le sue scritte con della vernice di colore blu e viola. Quindi nessun riferimento e coinvolgimento della Questura, ma il danno al bene di proprietà della Provincia, che rappresentava la parte lesa ma che, fino all’abolizione dell’ente, non s’è mai costituita parte civile nel procedimento. —





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