L’investitore: ho paura, datemi l’isolamento

Guidava ubriaco: oggi la decisione sulla concessione degli arresti domiciliari
di Claudio Ernè
Ha paura degli altri detenuti Marzio Sai, il camionista trentaquattrenne che venerdì ha travolto e ucciso con la sua cabriolet in via Costalunga, Davide Bressan, 10 anni ancora da compiere. Ha paura e ha chiesto e ottenuto di essere rinchiuso in una cella di isolamento del Coroneo, lontano dagli altri detenuti.


Per lui il carcere è un luogo ignoto, oscuro e minaccioso. Non ne conosce il regolamento, ma sa bene che gli altri detenuti non accettano volentieri la presenza di chi ha ucciso un bambino. È una regola non scritta e Marzio Sai non non vuole sperimentare sulla propria pelle se questa antica norma coinvolge anche coloro che hanno ucciso guidando ubriachi. Ecco perché ha chiesto di restare solo in cella in attesa dell’interrogatorio di stamane.


Ieri nel primo pomeriggio il camionista si è incontrato brevemente con l’avvocato Antonio Regazzo che ne ha assunto la difesa assieme al collega Carmelo Tonon. Si sono parlati nella sala dei colloqui. «Sta un po’ meglio ma non vuole vedere nessuno e tantomeno discutere con estranei della tragedia in cui è coinvolto».


Stamane alle 9.30 Marzio Sai sarà portato dal carcere all’aula del tribunale dove avverrà il cosiddetto «interrogatorio di garanzia». Il magistrato incaricato di questa incombenza è il giudice Enzo Truncellito. Sarà lui a decidere se il camionista resterà «ospite» del Coroneo, se verrà assegnato agli arresti domiciliari o se riotterrà la libertà. Quasi scontato che i difensori propongano una soluzione meno afflittiva e pesante della custodia in cella.


Tre sono le accuse che coinvolgono il camionista: omicidio colposo, guida in stato di ebbrezza e omissione di soccorso. Solo quest’ultima accusa prevede l’arresto ma lo condiziona al fatto che il responsabile dell’incidente mortale, sia fuggito subito dopo lo schianto. In effetti qui le testimonianze divergono. C’è chi sostiene che l’automobilista dopo aver cercato invano di soccorrere il bambino esanime sull’asfalto abbia spostato dalla strettoia di via Costalunga la sua cabriolet, una «Chrysler Tratus». Lo proverebbero le tracce di sangue lasciate sul volante. Prima l’investitore aveva cercato di aiutare il bambino ormai esanime.


«Ha spostato la sua macchina per consentire all’ambulanza e alle vetture dei vigili urbani un accesso meno problematico» sostengono i difensori. L’auto ha compiuto un breve tragitto: 80-100 metri in direzione della città e subito dopo Marzio Sai è ritornato verso l’area dell’investimento. I vigili erano già lì che lo cercavano e lui si è messo subito a disposizione.


Altre testimonianze accreditano invece uno spostamento della cabriolet compiuto quasi d’impeto, sull’onda della terribile emozione suscitata dall’aver ucciso un bambino della stessa età di suo figlio. Un spostamento però immediatamente interrotto. Sta di fatto che la legge consente l’arresto di chi fugge, omettendo di prestare ogni soccorso. Ma allo stesso tempo la stessa legge non sanziona con il carcere preventivo chi si presenta alle autorità inquirenti nelle 24 ore successive allo schianto. Marzio Sai - qui i pareri sono unanimi - ha lasciato l’area dell’incidente per un tempo brevissimo, cinque, sei minuti al massimo.


La chiave della vicenda è il fatto che avesse bevuto. Lui dice due lattine di birra; il tasso di alcol trovatogli nel sangue - più di un grammo per litro di sangue, il doppio della soglia prevista dalla legge - suggerisce almeno quattro. Un dato definitivo sarà disponibile fra qualche giorno quando saranno concluse le analisi dei prelievi effettuati all’ospedale. Certo è il camionista era già stata processato e condannato per guida in stato di ebbrezza nel 2001. Tremila euro era stata la pena applicata. «Dormiva in macchina, non aveva guidato lui» affermano i difensori.

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