Maxi-perquisizione a casa di Garimberti che trasformava i giocattoli in armi

Erano le 5 del mattino quando una Volante transitando davanti all’abitazione di Roberto Garimberti, aveva notato un falò. Nel giardino di via Carducci si levava fumo e odore acre. Era il 19 aprile 2011, pochi giorni dopo la scomparsa di Ramon Polentarutti, a fronte della denuncia della madre del monfalconese, Sofia Piapan. Gli agenti avevano redatto la relazione. Il giorno successivo un collega nel recarsi da Garimberti per raccogliere informazioni sulla sparizione del 40enne, aveva constatato il residuo dell’incendio. Non potevano emergere dubbi sul destino di Ramon, né alcun collegamento con lo strano falò, si cercava semplicemente una persona scomparsa. La correlazione era invece chiara il 3 giugno 2013, quando in via Carducci era scattata una maxi-perquisizione, mobilitati gli inquirenti del Commissariato, la Mobile di Gorizia, la Scientifica, con l’arrivo dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo.
L’altro ieri, durante il processo in Corte d’Assise a carico di Garimberti per omicidio volontario, distruzione e soppressione di cadavere, il commissario Giorgio Bottò, allora responsabile dell’Anticrimine, ha ripercorso anche quella giornata. Rappresentava la svolta delle indagini, alla luce degli esiti in ordine alla comparazione del Dna relative alle parti di ossa rinvenute il 2 novembre 2012 nella vasca 11 di raffreddamento della centrale A2A, attribuite a Ramon Polentarutti.
Persona nota alle forze dell’ordine Roberto Garimberti, come Ramon. In aula a Bottò sono stati chiesti chiarimenti in ordine a predecenti penali. Ha spiegato: «Nel 1995 avevo arrestato due volte Garimberti, trasformava le pistole giocattolo in armi». Non rinvenute, comunque, durante le innumerevoli perquisizioni eseguite in via Carducci.
Quanto a Ramon ha riferito: «Aveva a che fare con gli ambienti relativi agli stupefacenti, con gli amici frequentava i giardinetti di via Garibaldi, poi s’erano spostati nella zona sotto il campanile del duomo. Personalmente non l’ho mai arrestato, era una buona persona».
Il 3 giugno l’abitazione di via Carducci era stata passata al setaccio, la soffitta, i due alloggi, sequestrando coltelli, forbici, seghe e ogni altro materiale utile alle indagini. Il giardino, ha raccontato Bottò che quel giorno sovrintendeva le operazioni, era stato diviso in aree: «Assieme alla professoressa Cattaneo – ha spiegato – cercavamo tracce ematiche, frammenti ossei e quant’altro. In tre punti erano stati trovati sette frammenti di ossa, per i quali erano state successivamente effettuate le comparazioni del Dna». Ossa umane, ma talmente degradate che neppure il test del Dna mitocondriale, ricerca biologica per via materna, aveva svelato l’appartenenza. Una vicina di casa, il suo terrazzo in affaccio sull’abitazione di Garimberti, ebbe modo di raccontare del falò appiccato il 19 aprile 2011, le esalazioni emanavano un «odore come di carne che stesse bruciando». C’era Garimberti durante la perquisizione?, è stato chiesto a Bottò. «Era rimasto lì, seduto in giardino tutto il tempo, con la testa bassa», ha risposto. Il commissario ha ripercorso le ulteriori fasi inquirenti, le verifiche con il cane molecolare Orso e nel Valentinis con la polizia subacquea. Gli è stato chiesto quale fosse la distanza tra l’abitazione di Garimberti e il canale del porticciolo: «Un centinaio di metri».—
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