NON È ANTONINI IL PROBLEMA

Non facciamoci illusioni: la Stock è andata, e con essa un capitolo rilevante della storia industriale di questa città. Non serviranno a mantenerla a Trieste le pur moltissime firme che si stanno raccogliendo, né le pressioni istituzionali, né le sacrosante proteste dei lavoratori, costretti a una scelta di vita (trasferimento a Milano o licenziamento di fatto) dall'oggi al domani. La stessa polemica tra il Consiglio comunale e l'Assindustria è un segno di frustrazione. Antonini avrà pure peccato d'indelicatezza nel liquidare la questione, ma non ha (né gli industriali hanno) alcuna responsabilità nell'accaduto per meritare, addirittura, la revoca della cittadinanza onoraria. La realtà è che oggi la Stock paga la durezza del capitalismo finanziario, che della globalizzazione è il volto più crudele: quello dei fondi di private equity, società finanziarie mondiali (soprattutto americane) che entrano nella proprietà delle aziende e un minuto dopo impongono l'algida logica di tre indicatori di bilancio: ebit, Roi e Roe, cioè margine operativo, ritorno degli investimenti e remunerazione del capitale. Altro non esiste. Ai californiani di Oaktree, tra le cui partecipazioni lo stabilimento triestino conta quanto un moscerino, la questione apparirà una bizzarrìa italiana. Si va a Milano per risparmiare costi: chi vuole viene, chi non vuole sta a casa. Punto.


Probabilmente il nuovo azionista della Stock non sa neppure dove sia Trieste. Emblema apparente della contraddizione tra locale e globale, questa vicenda in realtà esprime la differenza tra due concezioni dell'impresa. L'una è quella citata dei fondi d'investimento, per i quali essa si esaurisce nell'utile di bilancio e nella valorizzazione massima dei risultati di breve periodo. L'azienda non ha valore sociale né affettivo: se va male si chiude, e altre ne nasceranno. La seconda concezione d'impresa guarda alla costruzione di valore nel lungo periodo, e al risultato economico affianca altri punti di riferimento: i propri collaboratori, la comunità in cui opera, l'impatto sociale del proprio agire. L'utile di domani è più importante di quello di oggi, gli investimenti più del margine operativo, il capitale "intangibile" (know how e brevetti, ma anche valore del marchio e fiducia del cliente) più di impianti e attrezzature. È questa concezione tipica del capitalismo di origine familiare, che tratta la "creatura" come un corpo sociale e non come un prodotto usa e getta, ma la si ritrova anche nelle multinazionali.


Le Generali avrebbero molti motivi per andarsene da Trieste, decentrata, irraggiungibile e inutilmente costosa, eppure non lo fanno: qui hanno le loro radici, qui una buona scuola assicurativa, qui una comunità di dipendenti, o magari anche solo non vogliono rogne sui giornali, che è una banalizzazione cruda dei concetti precedenti. Il dramma della Stock, se dramma è, è stato transitare in ventiquattr'ore dal secondo al primo concetto d'impresa: né con la famiglia Stock, né con l'azienda di Carlo Sigliano ciò che vediamo sarebbe mai successo. Sigliano anzi, con l'ausilio dei dipendenti e della città, ricondusse fuori dalle secche e poi in attivo la Stock in profondo rosso di allora, cioè quella che - se si ricreasse - i nuovi padroni lascerebbero fallire dall'oggi al domani. Non vi sono grandi morali da trarre da questa storia. Se non che, al fondo, il vituperato capitalismo italiano, cittadino e familiare, al cospetto dei ragazzotti adrenalinici dei fondi americani conserva qualche insignificante pregio di cui andare orgoglioso.

Riproduzione riservata © Il Piccolo