Quarant’anni senza Santin: due giornate per ricordarlo

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di monsignor Antonio Santin, avvenuta il 17 marzo 1981: la comunità di Nostra Signora di Sion e l’associazione Studium Fidei hanno articolato un programma di riflessione e di celebrazione in memoria del vescovo. A partire dal tardo pomeriggio di domani, giovedì 18, quando alle 18 nel centro Paolo VI in via Tigor monsignor Ettore Malnati, che di Santin fu stretto collaboratore, sarà intervistato da Umberto Bosazzi seguendo come filo conduttore «l’opera di un Pastore in tempi difficili». Oltre che “in presenza” l’iniziativa può essere seguita anche in streaming o recuperata su Tele4 (domenica alle 16) e Radio Nuova Trieste (venerdì alle 16 e sabato alle 21.30). Due giorni dopo, quando sarà sabato 20, sempre nella chiesa di N.S. di Sion si terrà una solenne celebrazione eucaristica con inizio alle ore 19.
Il vescovo Santin fu veramente pastore in tempi difficili. Il suo stesso cammino biografico compendia le traversie e le difficoltà vissute dall’Adriatico nord-orientale nel susseguirsi di regimi e di eserciti: Asburgo, Italia liberale, Italia fascista, Reich germanico, 40 giorni titini, governo militare alleato, fino all’Italia democristiana. Nacque nel 1895 a Rovigno nell’Istria asburgica, celebrò la prima messa a Vienna nel maggio 1918. Esordì come sacerdote nel piccolo centro di Mormorano, da dove venne trasferito a Pola proprio quando al governo austriaco subentrò quello italiano in esito al primo conflitto mondiale. Divenne giovane vescovo nel 1933 quando gli fu assegnata la neo-istituita diocesi di Fiume, diocesi plurilingue di cui seppe affrontare la complessità avendo studiato lo sloveno e il croato. Nel 1938 fu nominato vescovo di Trieste e Capodistria, al posto di Luigi Fogar: sarebbe rimasto a capo della “sancta ecclesia tergestina” 37 anni, fino a quando Paolo VI accettò le sue dimissioni nel giugno 1975. In momenti drammatici per la storia dell’area giuliana, a costante confronto con le pressioni esercitate da contesti ideologici totalitari, ebbe sempre alta ed energica consapevolezza delle sue prerogative pastorali, sia nella tutela delle popolazioni sloveno- croate che nella difesa dell’italianità adriatica conculcata dalla Jugoslavia di Tito. “Defensor civitatis”, negoziò la resa dei tedeschi nel maggio 1945: la salvezza della città viene ricordata dal santuario mariano di Monte Grisa.
Delle tensioni derivanti dalla Guerra fredda fu testimone e vittima, aggredito nel 1947 a Capodistria. Si espresse in modo apertamente critico nei confronti del memorandum londinese del 1954 e del trattato di Osimo del 1975, ritenendoli entrambi pregiudizievoli per la storia e l’identità italiane dell’Istria. E fu anche contrario all’apertura al centrosinistra negli anni ’60. S’impegnò fortemente per la realizzazione del seminario in via Besenghi, segno del suo impegno pastorale e teologico. —
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