«Quel professore di lettere che mi fece amare il teatro»

L’attrice Ariella Reggio si diplomò al Petrarca nel ’56: «Tra i compagni Boniciolli, Percavassi e Licalsi. Quella scuola mi piaceva tanto da restarci un anno in più...»
Di Annalisa Perini

Ariella Reggio ha ricordi affettuosi e vivaci del suo periodo al liceo Petrarca, dove ha preso la maturità nel 1956. «Dico sempre scherzando – racconta l’attrice - che quella scuola mi piaceva talmente tanto che decisi di restarci un anno in più. In effetti ho amato molto il Petrarca, ma venni bocciata a ottobre, in seconda liceo, per un solo esame in filosofia. Così passai dalla sezione C, mista, alla A, femminile. Il legame con la mia “prima classe” però è sempre rimasto fortissimo, tanto che partecipai comunque alla loro cena di maturità, e a tanti anni di distanza, quando ci vediamo - con frequenza assidua - sembra di essere ancora sui banchi di scuola. C’era già allora un bel cameratismo fra tutti noi.

Qualche nome?

Tra i miei compagni Annamaria Percavassi, direttrice del Trieste Film Festival, e Claudio Boniciolli, ex presidente del Porto. E al ginnasio il futuro regista Mario Licalsi, con cui condividevo l’idea di iscriverci all’Accademia d’arte drammatica di Roma. Poi io invece scelsi la “Silvio D’Amico”, a Trieste, ma quanti bei pomeriggi passati con sua madre, attrice, che ci preparava su “Gli innamorati” di Goldoni! Tra i professori Teodoro Massek, di chimica, era una vera istituzione, e Rodolfo Verzegnassi, di matematica, un genio. Ero io che non andavo per niente d’accordo con la sua materia, anche se poi, curiosamente, fu proprio in quel compito che presi il voto più alto alla maturità. L’amore per la recitazione credo mi sia nato anche grazie all’insegnante di lettere, Adriano Mercanti, che non leggeva i testi di letteratura, ma li interpretava. Il professor Pietro Pescani invece ci parlava sempre in latino e quando si rivolgeva a noi ragazze chiamandoci “mea candida puella” trattenevamo a fatica le risate».

A scuola indossavate il grembiule nero.

Il famoso “traverson”. Ma non lo vivevamo con frustrazione. Era una regola e l’accettavamo. A parte che la guerra non era finita da molto, e non c’era tutta la possibilità di vestirsi alla moda come oggi, va anche detto che soprattutto al ginnasio non ero affatto vanitosa e, forse anche perché ero piccolina di statura, tendevo a “nascondermi” piuttosto che a mettermi in mostra. Mia madre mi chiamava affettuosamente “strafaniceto mio”.

E la condotta a scuola?

Ne combinavamo, anche se comunque non eravamo mai irrispettosi o spudorati. In ogni classe c’è sempre un personaggio più carismatico e Carlo, detto Carletto, ci faceva ridere moltissimo con i suoi piccoli scherzi e le sue battute. In generale rispettavamo le regole, anche se avevamo i nostri ingenui sprazzi “truffaldini”: una volta mi fasciai un braccio per finta, per non essere chiamata alla lavagna. Un ricordo vivissimo è quello di quando, già al liceo, decisi di bigiare, con una paura che non posso descrivere! Non è che avessi deciso di fare una bella gita in compagnia: volevo solo sfuggire a un’interrogazione, per la quale non mi sentivo preparata.

E come andò?

Presi un tram, con il batticuore... e scesi davanti a un cimitero, poi continuai a gironzolare da sola, aspettando l’ora di tornare a casa. È che già al mattino, prima di uscire, mi sentivo così a disagio e in colpa che mio padre, conoscendomi bene, capì. Così, anche se non lo faceva mai, venne a prendermi a scuola, e le mie compagne dovettero ammettere che ero stata assente. A pranzo lui non aprì bocca, mentre mi aspettavo un finimondo. Disse soltanto: “Oggi non ho tanta fame”. Quella frase, anche se poi ci chiarimmo, mi colpì più di un rimprovero e un ceffone. I miei genitori, per cui avevo molto rispetto, mi lasciavano sempre una certa libertà, anche se naturalmente dovevo tornare a casa per l’ora di cena. Se pensiamo che in seguito potei lasciare l’università per iscrivermi alla scuola di recitazione e che mi appoggiarono nella mia decisione di trasferirmi a Londra, si capisce quanto fossero “avanti”.

Che ricordi ha delle gite del Petrarca?

Era come se avessero aperto le gabbie del giardino zoologico, anche per l’entusiasmo della novità! Che bello quando ci portarono a Napoli! Dal punto di vista culturale mi colpì tantissimo il Teatro San Carlo, ma ciò che rimane più in mente è sempre di essersi divertiti un mondo. Per esempio quando il professor Verzegnassi, che teneva i conti, ci fece accomodare tutti in una pizzeria, ma poi, leggendo il menu, si rese conto che i soldi non ci sarebbero bastati. Allora ci fece rialzare tutti quanti e prima di ordinare, sotto lo sguardo esterrefatto del personale, lasciammo il locale in una lunga fila indiana. Le uscite al Teatro Verdi, poi, talvolta erano veramente rovinose, ma nel senso che, forse per l’euforia di quel paio d’ore di libertà fuori dall’aula, in platea ci scatenavamo in modo terribile. Io avevo già la passione per il teatro, andavo a tanti spettacoli non solo con la scuola, perché mia sorella Elena, più grande di 11 anni e che aveva fatto il Conservatorio, mi ci portava spesso. E adoravo ascoltare le commedie su Radio Trieste. E quando andavamo al Verdi con la classe, che faceva tutto quel baccano, io un po’ soffrivo per gli attori.

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