Quella freccia di tela rossa piantata nel Carso racconta l’illusione della “vittoria”

L’opera è del monfalconese Joshua Cesa: «Di qui l’esercito italiano puntava a raggiungere subito Trieste. Ho evocato i tanti confini di questa terra»

DOBERDO’

Irrompe l’arte contemporanea nelle celebrazioni del centenario della Grande Guerra con un’installazione di “Land art” intitolata “Segni”, posizionata nella Riserva naturale del Carso di Doberdò e realizzata dall’artista monfalconese Joshua Cesa, classe 1986.

L’installazione si nota nella sua interezza anche dal Castellazzo. Consiste nella rappresentazione di un frammento di confine con l’Est europeo, costruito con uno speciale tessuto in genere usato per le vele e le bandiere.

L’opera è visibile anche dal piazzale del centro visite Gradina e sembra una pennellata di rosso fuoco sul tappeto multicolore delle “foiarole” carsiche.

È lunga poco più di 30 metri, è composta da alcuni drappi rossi a strisce verticali in due facce, una di fronte all’altra, alte da 3 a 4 metri da terra per il dislivello del terreno.

È il tessuto delle bandiere, molto leggero che attraversato dal vento sembra sussurrare e bisbigliare.

Non oppone resistenza alle intemperie, anzi è previsto che si slabbri, si deteriori con il tempo ma riprende l’aspetto cromatico del paesaggio circostante, caratterizzato dai cespugli di “sommaco” per cui si dice che le sue rosse foglie autunnali siano il sangue dei caduti che riaffiora.

«L’installazione – spiega l’artista – parla di quelli che sono i confini, le divisioni tra le due parti dello stesso territorio. Mi sono ricollegato al primo conflitto mondiale che, con le prime battaglie dell’Isonzo dove il fronte è stato molto presente in queste zone che dalle pendici del Carso ha tentato di andare nell’entroterra carsico fino a puntare a Trieste. I confini sono infatti stati spostati a più riprese durante le guerre mondiali, dividendo le genti e forzando la popolazione sopravvissuta all’assunzione di identità nazionali che non sentivano proprie.

L’opera – aggiunge Joshua Cesa – rappresenta una freccia che punta verso Trieste, l’illusione della vittoria di una guerra veloce che in realtà non è stata così e i si è arenati in questa terra e qui si è combattuto.

Questi “segni” – continua l’artista – raffigurano qualsiasi tipo di confine. A poca distanza, infatti, c’è la Cortina di Ferro negli anni della Guerra Fredda, abbiamo i Balcani teatro di altri sanguinosissimi eventi.

Ma c’è anche l’aspetto positivo, cioè la leggerezza, l’opera che dialoga con il vento, c’è la trasparenza, una persona può camminarci attorno, viene voglia anche accarezzare il velo, sentire l’odore del Carso e la natura intorno. Quindi c’è un po’ una sdrammatizzazione dei muri di confine».

L’installazione ha vissuto domenica una grande giornata con un via vai di gente e diverse escursioni con visite guidate in compagnia dell’artista, molto apprezzata dai tanti visitatori con i quali sono stati costruiti i significati e le possibili interpretazioni dell’opera.

L’installazione si potrà visitare in qualsiasi giorno fino al 18 novembre poiché è all’aperto basta seguire le istruzioni lungo i sentieri.

Ogni domenica, poi dalle 12 alle 16 continuano le visite guidate con accesso ai terreni dell’opera e ci si può prenotare al 375/5532009 o all’indirizzo e-mail: info@iodeposito. org. –



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