Santi Ilario e Tiziano prima fiera dell’anno

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Il Regolamento comunale del 1852, prescriveva che a Gorizia i mercati settimanali si tenessero il lunedì e il giovedì di ogni settimana e che quattro fossero quelli annuali: sant’Ilario (8 giorni), san Bartolomeo (15), san Michele (8), sant’Andrea (15). La prima grande fiera dell’anno iniziava così il 16 marzo, dedicato ai santi Ilario e Taziano patroni della città.

Ricorda Ranieri Mario Cossàr (1884-1963), nella sua “Gorizia d’altri tempi”, che “per la festa dei Santi Patroni la città assumeva un aspetto insolito. Nella Metropolitana venivano esposti sugli altari i preziosi reliquari avuti in eredità nel 1751, dopo la soppressione del Patriarcato d’Aquileia. Le messe, per incarico dei fedeli, si susseguivano una dopo l’altra.

In piazza del Duomo v’era una lunga fila di banchetti per i venditori di sementi, tra cui quelli provenienti da Verona con le semenze di broccoli. I compratori capitavano numerosi da tutti i luoghi del Goriziano.

In piazza Sant’ Antonio v’erano i cavallerizzi del vecchio Circo equestre Zavatta, i cui manifesti incollati agli angoli delle vie portavano in calce la seguente rassicurante promessa: «Il direttore promette moralità nelle sue produzioni». V’erano inoltre le giostre, il tiro al piccione, i giochi dei bussolotti, i cosmorami, i gabinetti meccanici, che attraevano nelle loro spire i villici attoniti.

Sotto i Volti di Senàus v’era un biscazziere che attirava la gente con il gioco della cispa. Aveva questi davanti a sé un tavolino sul quale disponeva sei carte da gioco, dall’ asso al numero sei. Il giocatore metteva la sua posta su d’una carta e quegli che teneva il banco buttava in alto un dado, dopo averlo sbattuto in uno scodellotto. Se il numero segnato dal dado corrispondeva a quello della carta, il giocatore vinceva il quintuplo della puntata, altrimenti il danaro affluiva nell’ampia saccoccia di quel biscazziere da fiera.

Dinanzi la porta dei negozianti di commestibili v’erano in mostra i turgidi sacchi contenenti la crusca di Burgas e di Varna e quelli di cruschello del molino Ritter di Stracis (Strazig). In una tinozza si cullava nell’ acqua il baccalà per i pranzi di magro durante la Quaresima. Sugli stipiti pendevano ai ganci i pezzi (bàfis) di lardo nostrano leggermente irrancidito così come piaceva ai contadini, perché la minestra riuscisse più saporita”.

Altri tempi appunto…





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