SCUOLA, FVG PROMOSSO
Manca poco all’apertura del nuovo anno scolastico. In attesa che si riaccendano le polemiche sui denari che le famiglie dovranno sborsare per i libri di testo, il ministro Mariastella Gelmini è intervenuta a proposito della scuola al Sud. Lo ha fatto da Cortina, e non da Napoli o Palermo, lamentando la scarsa preparazione degli insegnanti meridionali, salvo poi correggersi denunciando più in generale tutta la scuola delle regioni meridionali. Pur se attenuate dai postumi dell’ubriacatura olimpica, puntuali sono scattate le polemiche.
Per fortuna, anche in questo caso, un’autorevole ricerca sovranazionale ci viene in aiuto per capire meglio lo stato di salute della nostra scuola. Si tratta delle indagini condotte nell’ambito Ocse, che dal 2000 mette a confronto i sistemi scolastici e le prestazioni degli studenti di mezzo mondo. Dal 2006 lo fa valutando tenendo in considerazione anche i divari regionali. Per il nostro Paese i dati che escono dal Rapporto Pisa (questo l’acronimo con cui è nota l’indagine, che sta per Program for International Student Assessment) sono sconfortanti. Per due ragioni almeno.
La prima è che complessivamente da questi confronti internazionali l’Italia esce ancora una volta con una netta insufficienza. Anche per il 2006, infatti, sulla scia dei dati 2000 e 2003, il risultato è significativamente più basso rispetto alla media dei Paesi Ocse. In "scienze", in particolare, il risultato medio italiano è inferiore a tutti (con l’eccezione di Portogallo, Grecia, Turchia e Messico), pure a quello di Paesi quali Croazia, Lettonia e Lituania (ma le cose non vanno meglio in "matematica" e in "lettura").
Lo scarto con gli altri sistemi scolastici, che non c’è a livello di scuola primaria, aumenta progressivamente con il procedere del percorso e le differenze con altre nazioni (Francia e Regno Unito, ad esempio) appaiono molto forti. Ma l’immagine del sistema scolastico italiano, ed è questo il secondo aspetto preoccupante, evidenzia anche differenze vistose tra Nord e Sud. Tanto che, in questo come in altri ambiti, si può a ragione parlare di "due Italie".
Il nostro Meridione si colloca infatti al di sotto di tutti i Paesi europei, con risultati analoghi a quelli raggiunti dal Cile o dall’Uruguay. Vediamo da vicino i punteggi utilizzati dai ricercatori: fatta 500 la media Ocse, le prestazioni scolastiche registrate per le scuole in Friuli Venezia Giulia, ad esempio, fanno registrare un ottimo 534 in "scienze" (primo posto nella graduatoria per regioni) e un 519 in "lettura", valori comparabili con quelli Paesi come il Giappone o la Nuova Zelanda.
A fronte di punteggi nell’area "Sud e Isole" che vanno da 410 a 440. Il divario dunque c’è, eccome. Ma questi dati devono essere affiancati ad altri indicatori importanti, primo fra tutti la cosiddetta dispersione scolastica (che non si identifica unicamente con l’abbandono, ma riunisce in sé un insieme di fenomeni come irregolarità nelle frequenze, ritardi, non ammissione all’anno successivo, ripetenze, interruzioni, che possono sfociare nell’uscita anticipata dei ragazzi dal sistema scolastico): in Italia è quasi il doppio rispetto alla media europea e ormai accomuna allo stesso modo tutte le aree geografiche.
Non si tratta dunque di contestare il grado di preparazione di chi sta in cattedra (ma sugli insegnanti ci sarebbe comunque molto da fare, riconoscendo e incentivando, non solo economicamente, il ruolo cruciale di un docente preparato e motivato), quanto l’insieme delle condizioni socioeconomiche in cui la scuola si colloca al Sud, a cominciare dalle infrastrutture scolastiche. Se uno stesso sistema formativo produce risultati così diversi da una zona all’altra del Paese, non occorre forse interrogarsi sull’efficacia della scuola italiana nel suo complesso?
A pochi giorni dall’apertura delle scuole (e in attesa del confronto tra governo e sindacati sulle proposte di taglio avanzate dal ministero) riflettere sullo stato del nostro sistema scolastico è essenziale. Ma ricordando, se possibile, che anche in tempi di federalismo spinto di scuola italiana sempre si tratta.
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