Sindacati in trincea a Zagabria: «No alla pensione a 67 anni»

Raccolte 600 mila firme per l’indizione di un referendum contro l’innalzamento di età previsto dalla nuova legge. Governo: in ballo la stabilità dei conti pubblici

TRIESTE Pensioni, questione sociale ed economica tra le più scottanti nel mondo di oggi. Un problema che sta “contagiando” tutti i Paesi dell’Unione europea visto l’innalzarsi dell’asticella dell’età media di vita. E non ne è rimasta esente neanche la Croazia, dove un gruppo di sindacati ha annunciato di essere riuscito a raccogliere le firme per un referendum che mira ad abrogare la riforma del sistema pensionistico, fortemente sostenuta dal governo conservatore a guida Hdz di Andrej Plenković e approvata dal Parlamento (Sabor) lo scorso anno.

Una federazione di sindacati riuniti nell'iniziativa denominata “67 sono troppi” ha confermato di aver raccolto in due settimane poco più di 600 mila firme (per legge ne servono almeno 373 mila su 3,8 milioni di aventi diritto al voto) per un referendum che in primo luogo mira a mantenere l'età di pensionamento ai 65 anni d'età, rispetto ai 67 previsti dalla nuova legge.

La consultazione popolare mira anche all'abrogazione di una serie di nuove misure che, rispetto al passato, regolano più severamente le norme sulle pensioni, come la penalizzazione sui pensionamenti precoci. Dopo che le firme saranno state consegnate e controllate, spetterà al Parlamento ed eventualmente alla Corte costituzionale verificare l'ammissibilità dei quesiti e indire il referendum, probabilmente in autunno.

Il governo si è detto fortemente contrario al referendum sulle pensioni, sostenendo che l'abrogazione delle nuove misure restrittive metterebbero a rischio la stabilità dei conti pubblici, vista anche la crisi demografica che vive la Croazia, con migrazioni all'estero di decine di migliaia di giovani in cerca di lavoro.

I sindacati, dal canto loro, sono convinti di aver raccolto molte più firme di quelle richieste dalla legge convincendo gran parte del corpo elettorale della bontà della loro iniziativa. Le parti sociali però temono un’incursione del governo relativamente all’ammissibilità del referendum stesso che sarà sottoposta alla Corte costituzionale. Ieri il primo ministro Plenković non si è “sbottonato” dichiarando di rispettare l’iniziativa referendaria ma precisando che prima dovrà essere superato il passaggio della verifica delle firme: passaggio, lo ricordiamo, che ha vanificato mesi fa la richiesta di un referendum sulla Convenzione di Istanbul.

Gli organizzatori del referendum difendono con forza la propria idea bocciando la riforma del governo che, va detto, entrerà a pieno regime solo nel 2033. I sindacati sostengono che lo Stato aumenta l’età in cui si può andare in pensione in quanto cresce l’aspettativa di vita della popolazione, ma questo, secondo i promotori della consultazione popolare, non vale per la Croazia dove, l’aspettativa di vita si è accorciata e portano un esempio. «Se secondo i dati dell’Unione europea - afferma a jutarnji.hr Vilim Ribić, uno dei leader referendari - in Croazia dopo i 65 anni l’aspettativa di vita e di altri 17,4 anni di cui solo 4,9 anni in piena salute, in Spagna invece dopo i 65 anni l’aspettativa di vita è di ulteriori 21,5 anni di cui ben 12,4 in piena salute». Insomma le cifre, secondo i sindacati, certificano che la legge del governo Plenković di innalzare l’età pensionabile equivale in pratica a una sorta di condanna al lavoro fino quasi alla morte.

Mladen Novosel, presidente dell'Unione dei sindacati autonomi di Croazia, ha invitato martedì scorso il ministro del Lavoro Marko Pavić a dimettersi per «aver raccontato sistematicamente le falsità legate alla riforma delle pensioni» attraverso una serie di pubblicità televisive. I sindacati inoltre accusano il governo di spendere molto di più per gli annunci pubblicitari predisposti per promuovere la sua controversa riforma del sistema pensionistico rispetto a quanto il ministro ha dichiarato in pubblico.

E la battaglia è solo all’inizio. Se inizio ci sarà e la Corte costituzionale non bloccherà tutto. Ma a quel punto la reazione dei sindacati potrebbe essere pesante e dolorosa. —


 

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