TREMONTI, LA CURA CHE NON C’È

L’area dell’euro è entrata in una fase di forte rallentamento. Ieri il commissario europeo Almunia ha detto che la situazione è incerta, ma ha aggiunto che «spera» che nel 2009 possa affacciarsi una timida ripresa. Una speranza che non sembra fondata su elementi certi, tranne forse sul fatto che gli Usa potrebbero uscire dalla fase negativa prima del previsto. Per ora possiamo solo affidarci alla speranza di non scivolare in una recessione. È poco. Gli istituti di ricerca internazionali ci trasmettono continuamente cifre, previsioni. Ma nessuno sembra possedere il quadro esatto di quel che accade, lo stesso commissario europeo lo ha ammesso con onestà. Quelle che invece sembrano più chiare sono le questioni strutturali che hanno a che fare con il nostro capitalismo o, forse, per l’Europa dovremmo dire i capitalismi all’indomani della crisi finanziaria che ha pervaso i mercati mondiali. Una crisi che sta indebolendo la fiducia nella globalizzazione e nel gioco della concorrenza. È vero che quello che accade nell’economia europea attraversa tutti i Paesi, ma il rallentamento in atto non ha innescato lo stesso shock ovunque. Anzi, se c’è un dato di fondo è che si tratta di una crisi asimmetrica in quanto i Paesi sono stati colti in posizioni diverse. Basta osservare due indicatori sensibili per l’Italia. I tassi di crescita ormai vicino allo zero: anche in passato sono stati più bassi rispetto a quelli degli altri Paesi, pure nei due anni della ripresa di Prodi.


L’altro dato sono le condizioni della finanza pubblica con un debito ancora di poco superiore al 100 per cento del Pil. Ora la domanda che viene da porsi è se la politica del rigore e del rispetto dei vincoli europei, che il governo Prodi ha sostenuto fino a perdere le elezioni e che il governo Berlusconi sembra intenzionato a seguire, sia l’unica risposta possibile. È tutto ciò che basta? Soprattutto se si considera il progetto di federalismo che, a sorpresa, contiene un pacchetto di tasse ai diversi livelli istituzionali che rischia di deprimere il Paese. È chiaro che servirebbe qualcosa d’altro. Verrebbe da dire molto altro per una nazione che sembra avere una bassa mobilità sociale e una insoddisfacente crescita della produttività. Anche Almunia, ieri, ha puntato il dito sulla nostra bassa competitività e sul costo del lavoro troppo alto. Il governo Prodi aveva approvato il provvedimento per la riduzione del cuneo fiscale, il programma Industria 2015, il protocollo sul welfare. Si potrà anche non apprezzare quanto fece l’esecutivo di centrosinistra, tuttavia aveva messo in cantiere provvedimenti che guardavano all’industria, ai cittadini, alle famiglie. Occorre dire che anche il nuovo governo sta facendo sforzi in direzione delle imprese. Ma il punto è che non si coglie per ora la logica della cura che Tremonti vorrebbe applicare al malato Italia. La politica economica non può nulla per evitare che la crescita per il 2008 si fermi a un misero 0,1? Molte imprese italiane hanno attuato una grande trasformazione, come attestano i dati sull’export e il fatto che la qualità dei nostri prodotti è cresciuta.


Ma non tutte le imprese si sono ristrutturate e hanno innovato, forse una minoranza. Inoltre, in Italia c’è bisogno di uno sforzo deciso verso i livelli retributivi più bassi che faticano ad arrivare a fine mese, livelli retributivi che spesso si discostano da quelli degli altri Paesi europei. Almunia non ha torto quando indica nell’aumento della produttività un fattore chiave affinché l’economia italiana ritorni su un sentiero di crescita sostenibile e prepari un aumento strutturale dei redditi, con quello che ne consegue per la ripresa dei consumi. Per infrastrutture e ricerca l’Italia deve fare un gioco di squadra europeo. Ma sulle politiche di redistribuzione di reddito la competenza rimane agli Stati nazionali. Ed è su questo che Tremonti tace, come se fosse poco utile tentare di invertire una oscura tendenza globale che ci schiaccia verso il basso. La maggioranza di governo sembra impegnata in un progetto di federalismo fiscale che, in teoria, dovrebbe risolvere alcuni problemi, ma che a leggerlo fa venire i brividi per la serie di tasse prevista per Comuni, Province, Regioni. Una riforma costosa per i cittadini e che rischia di non sostenere il rilancio di cui l’Italia ha bisogno.

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