Trieste dà l'addio a Rosenholz, intellettuale e riferimento del mondo educativo

TRIESTE Psicologo, pedagogista, ideatore di un innovativo metodo educativo per l’infanzia, tra le prime figure maschili a interagire, nell’Italia degli anni ’70, con un universo didattico prettamente femminile. Se n’è andato in questi giorni, a 87 anni, Loris Rosenholz, il cui funerale si tiene oggi nel cimitero ebraico. A Trieste, dov’era nato, aveva ispirato nel 1985 la nascita de La Casetta, cooperativa sociale che ancora oggi gestisce due asili nido e una scuola materna, portando avanti il suo approccio, che lui stesso aveva raccontato nel libro “Il cigno magico. Diario di un educatore”. A svelarne i punti cardine, la presidente e la socia fondatrice de La Casetta, Federica Seghini e Serena Bontempi: «Un metodo assolutamente rivoluzionario e antesignano, che individua nel bambino una persona».
Prima di Trieste, negli anni ’60, aveva avviato a Milano un Centro per la prima e la seconda infanzia molto all’avanguardia, come sottolinea l’attore Moni Ovadia, suo allievo alla scuola ebraica e con cui aveva condiviso la passione per le musiche tradizionali e creato anche un complesso. «Una figura molto importante per la mia prima formazione, frequentavo a Milano il suo salotto intellettuale, dove si parlava soprattutto triestino. L’ho citato nel mio libro “Speriamo che tenga”». Il giornalista Paolo Rumiz, altro suo grande amico, ricorda che «con la moglie Gisella mi aveva aiutato in un momento particolare». Allo scrittore, Rosenholz aveva raccontato che «con la famiglia erano scappati da Trieste all’arrivo dei tedeschi, prendendo un treno, senza nemmeno cambiare cognome. Ma nello scompartimento arrivarono due guardie, una della Repubblica sociale e una tedesca, che chiesero loro i documenti. Grazie però alla guardia italiana si salvarono».
Tra gli altri aneddoti, Rumiz rammenta che «al liceo Loris e Claudio Magris si rubavano le morose e quest’ultimo lo chiamava Rosencrantz, losca figura dell’Amleto». «Una persona entusiasta, nel vero senso della parola greca, “aveva il dio dentro” – ricorda Valerio Fiandra –. Ci confrontavamo su molti temi e di ciò gli sono riconoscente». —
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