UNA CITTA’ I SUOI CAMPIONI

È proprio vero che il Pil (prodotto interno lordo) di una nazione non è tutto. Ci sono altri parametri, che misurano elementi più intimi di una comunità, come la vivibilità, le buone maniere, addirittura la felicità. Poi, ogni quattro anni, arrivano i Giochi olimpici, che misurano la "sportività" delle nazioni, contando il numero delle medaglie vinte. Fino a qualche anno fa il Pil corrispondeva in modo rigoroso al numero delle medaglie vinte ai Giochi olimpici e spesso anche alla quantità di testate nucleari nascosti negli arsenali delle super potenze: Stati Uniti d'America e Unione sovietica. Adesso, dopo la caduta del muro di Berlino e la globalizzazione (le Olimpiadi sono "globali" per definizione), le cose stanno cambiando.


Dopo appena due giorni dall'inizio dei Giochi di Pechino, una miracolosa Italia è al quarto posto, vicinissima agli Usa, nel conteggio del numero delle medaglie. E dentro l'Italia c'è tanta Trieste, con l'argento dell'arciere Ilario Di Buò, il bronzo nel fioretto di Margherita Grambassi e le altre ottime prestazioni nei tuffi e nella ginnastica di Neoemi Battki e di Federica Macrì.


Com'è possibile questo miracolo laico, fatto di lavoro, intelligenza e passione? Com'è possibile che un paese, come l'Italia, in crisi perpetua, si permetta il lusso di essere -almeno per il momento- una "grande potenza sportiva"? Com'è possibile che una città come Trieste, definita da decenni la "bella addormentata", riesca ad esprimere tanta energia e vitalità nello sport? Evidentemente ci sono aspetti segreti di una comunità che gli economisti, e spesso anche i politici, non riescono a vedere, mentre sono una ricchezza preziosa.


Pensiamo a Trieste. La nostra città ha una storia straordinaria, in campo economico, letterario e sportivo. E' stata un sensibile "sismografo della modernità". Adesso è o sembra in crisi. Aziende che l'hanno resa grande si sono spente o se ne sono andate (non tutte) ed è difficile che ci siano nascosti nelle pieghe dei numerosi scrittori triestini dei nuovi Svevo o Saba. Eppure continuiamo a mandare atleti ai Gioghi Olimpici e vinciamo in un giorno due medaglie olimpiche che non hanno precedenti nella nostra storia. Com'è possibile questo paradosso? Forse bisognerebbe iniziare a guardare e pensare allo sport non solo come ad una passerella, ma come un modello di vita, di organizzazione e di produzione. Tutto dentro a un sistema di valori che coniuga il merito e l'eguaglianza, il senso dell'onore e il rispetto per l'altro, il piacere della vittoria e la maturazione che deriva dalla sconfitta. E' un sistema di valori che ancora esiste in Italia e anche a Trieste. Dentro lo sport c'è l'equilibrato incrociarsi delle generazioni, con gli anziani che diventano "maestri" (allenatori e dirigenti) e i giovani che si adeguano alla disciplina per migliorarsi.


E' lo stesso sistema di valori che tiene in piedi questo nostro Paese. Trieste, quando non si lamenta, è un coacervo di memorie e di volontà preziose (molte delle quali coniugate al femminile). E' capace di far dialogare e lavorare insieme giovani pieni di energia e vecchi carichi di esperienza, anche se troppo spesso i giovani per crescere devono andarsene (la Grambassi si è fermata ad Udine, ma Cassio se ne è andato da anni a Roma). Adesso facciamo il tifo per tutti, ma cerchiamo di non dimenticarli tra qualche settimana. Per render loro davvero onore non basterà regalare qualche targa ricordo: bisognerà continuare a guardali giorno per giorno, curarli, dare risorse ed impianti adeguati (si è già fatto molto). Ma, soprattutto, dovremmo conoscerli meglio, dar loro fiducia, perché sarebbe bello considerarli la nostra nuova classe dirigente, capace di programmare il futuro almeno con scadenza olimpica, per ottenere gli stessi risultati…

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