L’adolescenza senza tempo di Giani Stuparich
Il successo del film di Laura Samani ha riacceso i riflettori su “Un anno di scuola”. I segreti di un racconto che, dopo un secolo, continua a colpire e interrogare

Un mattino d’estate, verso la fine degli anni Venti, Giani Stuparich entra nel liceo Dante, dove insegna, per riordinare il cassetto e prendere qualche libro. L'atrio è deserto. Dal lucernario scende una luce obliqua sulle colonne corinzie del secondo piano, e in quella luce Stuparich rivede, tra alcune facce di giovani sorridenti, «una testina capricciosa di ragazza con un cappellino di paglia ornato ai lati da due ciocche di ciliegie finte». È un ricordo di quasi vent'anni, eppure in quell'istante si fa racconto. Così nasce Un anno di scuola, pubblicato nel 1929 e mai davvero uscito di scena.
Quasi cent'anni dopo, quel testo continua a essere chiamato in causa. Lo sceneggiato televisivo di Franco Giraldi nel 1977, lo spettacolo teatrale di Alessandro Marinuzzi al Rossetti nel 2022 e ora il pluripremiato film di Laura Samani, al cinema in questi giorni: tre ritorni, tre sguardi che hanno trovato nel racconto di Stuparich uno specchio ogni volta diverso, ogni volta riconoscibile. Vale la pena chiedersi perché.

Il tema - l'adolescenza, il momento in cui ci si accorge che l'infanzia è finita - è tra i più universali che esistano. E la storia che Stuparich racconta è semplice solo in apparenza: una ragazza, Edda Marty, ottiene per la prima volta il diritto di sedersi tra 20 compagni maschi nell'ottava classe del ginnasio Dante.
È intelligente, determinata, viene da Vienna dove le donne già studiano all'università, e non ha nessuna intenzione di essere trattata diversamente dagli altri. La classe, che per sette anni aveva filato come un'orchestra rodata, improvvisamente non si accorda più. La sua presenza nell'aula del Dante funziona come un reagente chimico: rivela il carattere di ciascuno, lo costringe a precipitare.
C'è chi si innamora e compie un gesto disperato, chi sa rinunciare, chi costruisce una barriera di formalità per poi abbassarla al momento sbagliato. La critica letteraria Cristina Benussi ha messo a fuoco perché questa storia continua a funzionare: Stuparich «non ha scritto un caso sociologico, ha scritto un caso antropologico». I casi sociologici invecchiano; gli archetipi no. Edda è la straniera che non si lascia possedere, e ogni epoca ha la sua versione di questa figura.
Quello che Stuparich coglie con precisione quasi clinica è che in ogni caso il fallimento appartiene ai ragazzi, non a lei. Edda parte, supera l'esame, va verso il suo futuro. Sono gli altri che restano con le mani vuote, incapaci di accettare che una persona possa scegliere se stessa invece di sceglierli. Benussi lo osserva con asciuttezza: basta leggere la cronaca per capire quanto sia ancora difficile accettare un rifiuto.
Ma quei ragazzi non stanno solo aspettando di diventare uomini: stanno aspettando che la Storia gli dia uno scopo. Il 1909 del Dante è una vigilia. Antero, Mitis e Pasini - tre caratteri opposti, dal riserbo aristocratico di uno alla franchezza plebea dell'altro - discutono di Carducci, Pascoli e D'Annunzio, ma soprattutto sognano l'Italia. Organizzano manifestazioni irredentiste in classe, scrivono un giornaletto dove «ogni parola è una promessa di vincere per l'Italia».
L'inquietudine erotica e quella politica viaggiano sullo stesso binario: il turbamento davanti a Edda e il turbamento davanti all'idea di una grande prova imminente sono, nel fondo, la stessa cosa, il desiderio bruciante di un mondo in cui valga la pena agire. Quella tensione doppia attraversa ogni adattamento e ne determina il tono. Giraldi nel 1977 la porta alle estreme conseguenze: sposta l'ambientazione al 1913-14 e chiude la cena di maturità con la notizia dell'assassinio di Francesco Ferdinando. Quei ragazzi «fiduciosi, sorridenti», come li chiama il professore nel film, stavano per essere consegnati alla guerra.
Samani non usa l’irredentismo, ma trova un equivalente: ambienta la storia nel 2007, l'anno in cui la Slovenia entra nell'area Schengen, e il primo bacio tra la protagonista e Antero avviene esattamente sul confine italo-sloveno nel momento in cui cadono i controlli. Lo sfondo politico cambia, la struttura emotiva resta intatta.
Poi c'è il finale. Gli studenti escono dall'esame, si disperdono, ognuno prende la propria strada. Il distacco avviene senza drammi, quasi per inerzia, e proprio per questo pesa. In quest'epoca di connessione permanente, quel modo di perdersi di vista senza lasciare tracce suona quasi rivoluzionario. È questa qualità del tempo sospeso che Samani ha saputo preservare. Trieste cambia, la frontiera si sposta, ma la classe rimane lo stesso laboratorio: quello «strumento a cui hanno messo una corda di troppo», come scrive Stuparich, che «prova e riprova non si accorda mai».
«I testi letterari che non suscitano empatia - osserva Benussi - rimangono inerti e passano senza lasciare traccia». Maria Prebil - la vera Edda, la prima ragazza del Dante, diventata poi un affermato medico pediatra a Milano - non perdonò mai a Stuparich di averla, come lui stesso scrive, «sfigurata» nel racconto. Quando Giraldi la cercò per il film del 1977, all'ultimo momento rinunciò all'incontro: il dolore per il passato aveva ancora il sopravvento. In quella reticenza c’è la misura esatta di quanto il libro avesse funzionato: le storie che toccano davvero smettono presto di appartenere a chi le ha vissute. Si staccano, come fanno i ragazzi del Dante nell'ultima pagina del racconto, e diventano di chiunque le riconosca come proprie. —
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