Da Padriciano fino a Gaeta: la geografia dei campi che accolsero esuli istriani
Presentato in Parlamento l’Atlante dei 103 poli di raccolta. Un’ampia indagine storico-archivistica per dare memoria

Ricostruire, mappare e restituire alla memoria collettiva la rete dei centri che accolsero i profughi giuliano-dalmati nel secondo dopoguerra: è questo l’obiettivo del progetto “Atlante dei centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati”, promosso dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e dal Cnr - Dipartimento di Scienze umane e sociali, patrimonio culturale, in collaborazione con la rete degli istituti associati alla Rete Parri e la Società di studi fiumani.
«Una ricerca che ha visto insigni studiosi e istituti della rete Parri conseguire risultati di grande interesse sotto molti profili, che oggi portano all'interno del Parlamento italiano la storia di una vicenda finalmente restituita, dopo anni di rimozioni e di silenzi, alla coscienza del Paese, affinché costituisca un monito soprattutto per le giovani generazioni quanto al loro impegno per la pace e la convivenza associata», sottolinea Paolo Corsini, presidente dell’Istituto Parri.
L’iniziativa è stata presentata alla Camera dei deputati, nella Sala del refettorio, occasione nella quale lo storico Enrico Miletto, docente nell’Università di Torino, ha illustrato gli obiettivi del progetto. «Si tratta del primo tentativo organico di quantificare e geolocalizzare tutti i campi profughi, di cui abbiamo condotto analisi approfondita su almeno 103 dei complessivi 109 di cui si ha contezza. Il tutto è frutto di uno studio certosino su ogni archivio che avesse documentazione in merito. Penso a Gaeta, uno dei siti dove sono stato personalmente». Attraverso una scheda tipo, la storia e l’evoluzione di ogni campo è ricostruita attraverso fonti primarie, secondarie, con l’utilizzo di fonti narrative (testimonianze e cronache) ed emerografiche (articoli di quotidiani dell’epoca). La ricerca è stata condotta da Miletto e da Costantino di Sante dell’Università del Molise, col coordinamento scientifico di Maurizio Gentilini per il Cnr e Paolo Pezzino per il Parri, e si fonda su un’ampia indagine archivistica e documentaria, che intreccia fonti istituzionali, stampa dell’epoca, testimonianze e materiali iconografici.
L’Atlante ci restituisce non solo la geografia dell’esodo, ma anche l’evoluzione delle politiche assistenziali: dalla prima emergenza ai programmi di inserimento lavorativo e abitativo, fino alla costruzione dei villaggi giuliani. Com’è noto, dopo il Trattato di Parigi del 1947 e il Memorandum di Londra del 1954, con il passaggio di Istria, Fiume e Dalmazia alla Jugoslavia, centinaia di migliaia di italiani lasciarono le proprie terre d’origine per sfuggire al nuovo regime. L’esodo giuliano-dalmata rappresentò la componente italiana dei grandi spostamenti forzati che segnarono l’Europa del secondo dopoguerra.
Arrivati in Italia, gli esuli furono distribuiti in una rete di strutture dislocate su tutto il territorio nazionale. Il progetto ha censito i centri ufficiali gestiti dal ministero dell’Interno – ereditati dal ministero dell’Assistenza post-bellica – con schede dettagliate e georeferenziate. Ex caserme, edifici riadattati, strutture temporanee: luoghi spesso dimenticati che diventarono snodi decisivi della “macchina dell’accoglienza” introdotta dallo Stato in un contesto politico e sociale estremamente fragile.
Non solo campi: l’Atlante approfondisce anche luoghi simbolo dell’integrazione, come Fertilia, il Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma, il Villaggio San Marco di Fossoli e la caserma di via Pradamano a Udine, centro di smistamento per migliaia di profughi. Il campo rappresenta dunque un punto di osservazione imprescindibile per lo studio della diaspora giuliano-dalmata: la loro storia, se inquadrata in una prospettiva più ampia, racconta quella della lunga e difficile ricostruzione che precede la stagione della grande trasformazione del nostro Paese. Una pluralità di “profuganze” – dagli esuli dell’Adriatico orientale ai rimpatriati dalle ex colonie – che condivisero spazi, difficoltà e speranze. Un capitolo fondamentale della storia del confine orientale e dell’identità nazionale che l’Atlante contribuisce oggi a rendere visibile e documentato. Giovedì 26 febbraio alle 18 si terrà la presentazione triestina presso il Circolo della Stampa, su iniziativa dell’Irsrec Fvg. —
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