A Trieste la Lezione di storia sui giovani e l’eredità del Sessantotto

Dalla guerra in Vietnam al Libretto rosso di Mao: tappe e simboli di una rivoluzione. Domenica al Verdi nuova tappa della rassegna con la scrittrice e storica Benedetta Tobagi

Paolo Marcolin
Una manifestante durante un corteo a Parigi
Una manifestante durante un corteo a Parigi

Quanto sarebbe diverso il volto della nostra società se non ci fosse stato il Sessantotto. Quello che è stato il primo evento globale della Storia ha cambiato davvero istituzioni politiche, strutture sociali, rapporti personali, tanto che ripensare quell’onda, che ha attraversato tutto il mondo quasi sessant’anni fa, significa riandare davvero alle “radici del nostro presente”, il titolo scelto quest’anno per il ciclo di Lezioni di Storia.

L’incontro di domenica, (alle 11 al Teatro Verdi, ingresso libero fino ad esaurimento posti, fruibile anche in diretta streaming sul canale YouTube del Comune di Trieste e sul sito de Il Piccolo) che come gli altri è stato ideato dagli Editori Laterza, promosso dal Comune di Trieste, e organizzato con il contributo della Fondazione CRTrieste, media partner Il Piccolo – Nord Est Multimedia, è dedicato al Sessantotto e a quelli che sono stati i suoi protagonisti, i giovani.

La scrittrice e storica Benedetta Tobagi spiegherà come il protagonismo dei giovani, maturato nel corso degli anni Sessanta, abbia avuto radici di carattere demografico ed effetti nei consumi di massa e come i ragazzi di allora siano diventano adulti molto prima di quanto accada oggi.

Dottoressa Tobagi, quali sono, secondo lei, le radici profonde che hanno portato alla protesta giovanile del 1968 in Italia e nel mondo?

«Il mondo che arriva al ’68 è un mondo molto più giovane. Dopo la Seconda guerra mondiale c’è stato un forte incremento demografico: l’Italia stessa era un Paese in prevalenza giovane e lo stesso valeva per molte nazioni del pianeta. La decolonizzazione aveva portato alla nascita di nuovi Stati, spesso popolati da generazioni giovanissime. A questo si aggiunge l’accresciuto benessere economico e la nascita della civiltà dei consumi. Per quanto riguarda l’Italia, i fermenti politici nascono nella nuova sinistra extraparlamentare, ma non bisogna dimenticare il ruolo importantissimo del mondo cattolico: dopo il Concilio Vaticano II compaiono la teologia della liberazione e testi decisivi come Lettera a una professoressa di Don Milani».

Una manifestazione nel '68 in Francia
Una manifestazione nel '68 in Francia

In che modo il ’68 italiano si è differenziato dai movimenti giovanili internazionali, come quelli negli Stati Uniti o in Francia?

«La nostra esperienza ha una specificità forte. Il ’68 esplode quasi ovunque tra il 1966 e il 1967, tra proteste universitarie e manifestazioni contro la guerra in Vietnam, Italia compresa. Ma in Francia il movimento vive una grande fiammata primaverile, mentre in Italia nasce il cosiddetto “lungo ’68”: la mobilitazione studentesca del ’69 si salda con le lotte operaie, prolungando il ciclo di protesta».

Quali figure o eventi simbolo rappresentano meglio lo spirito del ’68 in Italia?

«La guerra in Vietnam è uno dei motori delle proteste. E poi i modelli che arrivano dal Terzo mondo, come Che Guevara. Anche il Libretto Rosso di Mao diventa un totem per molti giovani, spesso più idealizzato che compreso. La moda, come i blue jeans, la musica e l’abbigliamento diventano strumenti di costruzione identitaria. Ma ci sono anche i fantasmi del ’68: la Primavera di Praga e il sacrificio di Jan Palach, con giovani che dall’altra parte della Cortina di Ferro protestano contro regimi comunisti autoritari».

Quanto ha inciso la dimensione generazionale rispetto a quella politica? Era più una ribellione contro i padri o contro il sistema?

«Era un movimento antiautoritario che si scagliava contro ogni forma di oppressione. Nelle università il potere dei baroni era percepito come intollerabile. Era una rivolta contro i padri simbolici: la generazione più anziana, dentro famiglie ancora rigidamente gerarchiche. Ma era anche una critica al sistema consumistico – come negli Usa tra gli hippy – e al sistema politico, da cui i giovani volevano emanciparsi reinventando la propria vita».

Quali conquiste del ’68 sono ancora visibili nella società di oggi?

«L’ondata globalizzata del ’68 dà enorme visibilità al movimento giovanile e innesca un colossale cambiamento dei costumi. Le grandi riforme della decade successiva nascono lì: la sfida all’autoritarismo patriarcale porta al femminismo e alle battaglie su divorzio e aborto; l’opposizione alla violenza negli ospedali psichiatrici genera la rivoluzione basagliana; le richieste di partecipazione nella scuola portano ai decreti delegati; il pacifismo conduce alla legge sull’obiezione di coscienza. Le mobilitazioni muovono il terreno, ma il cambiamento avviene perché quelle istanze si sedimentano nella società».

Se dovesse paragonare i giovani del ’68 con quelli di oggi, quali analogie e differenze nota nelle forme di protesta e nelle motivazioni?

«All’epoca i giovani erano la maggioranza demografica; oggi sono una minoranza, quasi i “panda” della società. Questo cambia tutto. Nonostante la Guerra Fredda, il mondo ribolliva di progetti di cambiamento; oggi l’orizzonte è spesso apocalittico. Ma ci sono analogie: allora la guerra in Vietnam, oggi Gaza; allora la Primavera di Praga, oggi l’attenzione alle donne iraniane e all’emergenza climatica. Le mobilitazioni sono in gran parte pacifiche e toccano temi globali che accomunano i giovani in tutto il mondo».

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