Trieste figlia abbandonata in mezzo al fiume nella novella patriottica di Dino Buzzati

Una figlia abbandonata in mezzo al fiume, misera e sola “su una specie di isoletta”, alloggiata in una “sporca catapecchia”, piena di fessure e di “topi che rodono”, insetti e parassiti vari. Ma un tempo quella casa era diversa, “tutta in ordine, con le tendine alle finestre, e le porte che chiudevano. Oggi basta un soffio per aprirle”. E tale figlia estromessa, gli altri fratelli sulla terraferma un po’ la vogliono e un po’ no, mentre il fiume si mangia le sponde e forse un giorno potrebbe inghiottire lei e la casupola. Eppure il genitore, forse la madre, non la perde di vista: «Certe sere infatti, quando i miei figli sono tutti fuori e non mi possono vedere (...) io scendo sulla riva e nel grande silenzio ci parliamo, nonostante tutta quell’acqua di mezzo”. Comincia così “Trieste”, il racconto allegorico che il 9 maggio del 1950, nel pieno della questione giuliana, con la città amministrata dal Governo Militare Alleato e ancora strattonata fra Italia e Jugoslavia, Dino Buzzati pubblicò sul Corriere della Sera. Un testo subito ripreso in più pubblicazioni, compresa una brochure stampata e distribuita dalla Lega Nazionale di Trieste, prima di essere quasi dimenticato. Fra tutti i racconti di Buzzati questo è uno dei più negletti, e quello più politicamente impegnato. La genesi del racconto, dove la figlia abbandonata è Trieste, il fiume inesorabile è la Storia, i figli cattivi sono gli italiani e il genitore premuroso è l’Italia, fu ricostruita da Alessandro Mezzena Lona in un articolo comparso su “Il Piccolo” del 22 novembre 1982. Dove si spiega come Buzzati, all’alba degli anni Cinquanta, fosse stato invitato “da alcuni amici e colleghi, tra cui Indro Montanelli”, a partecipare alla nascita di “un’associazione ideologico/letteraria” per il progresso della cultura. Buzzati però non era scrittore impegnato. Come ricorda Mezzena Lona, l’autore del “Deserto dei Tartari” resta convinto - parole sue - che “se ciascuno nel suo piccolo fa il proprio mestiere onestamente, la società funziona in modo perfetto”. Ma in quegli anni la questione di Trieste infiammava animi e dibattiti in tutta Italia. Nelle strade si mobilitavano gli studenti, in tutti i campi l’attenzione per Trieste italiana era pressante, e in campo scesero anche scrittori e intellettuali di vario colore. Perciò, in un clima “particolarmente contagioso anche per un personaggio refrattario alla politica come Buzzati”, quest’ultimo volle scrivere un racconto dedicato a Trieste. Ecco allora l’allegoria della figlia lasciata sola in mezzo al fiume, circondata dalle acque-confine e dal destino incerto. Ma a ben leggere, le metafore non sono poi così politicamente corrette, anzi. A un certo punto il genitore, che si autodefinisce crudele, lo dice chiaro parlando alla figliola là sull’isoletta: “Senti (...) non angustiarti. Abbi pazienza. Se tu sapessi come è conciata adesso la nostra vecchia casa. Non è più la stessa di una volta, credimi. Anche se potessi venire a prenderti, non so neanch’io se varrebbe più la pena”. E ancora: “Non credere (...) che i tuoi fratelli stiano troppo in pena perché tu manchi. Quasi quasi si sono dimenticati che tu esisti. Forse è meglio che resti dove sei. Tornando, sarebbe per te una delusione”. E ancora: “Figlia infelice, perché si ostina volerci così bene?”. Altro che seconda redenzione, per Buzzati l’Italia repubblicana del dopoguerra è già talmente marcia che è meglio stia lontana. Ad ogni modo il racconto a Trieste divenne subito bandiera per l’italianità in pericolo. Dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera nel 1950, l’edizione in sobria brochure della Lega Nazionale lo stesso anno, nel febbraio del 1951 la novella apparve in apertura della nuova rivista letteraria di letteratura, arte e cultura “Il Mese”, edita in città, diretta dal giornalista Giordano Coffou e destinata a vita breve. Come il racconto stesso, che rimane tra i meno ricordati fra quelli usciti dalla penna di Buzzati. — © RIPRODUZIONE RISERVATA
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