Trieste porta d’Oriente, noi inconsistenti viandanti. Mille voci a un crocevia di aromi: fra vigna e steppa

Il mito letterario nasce quando tutto s’è già compiuto. Cittadini come solo a Parigi, anima perduta come Venezia
Ultima spiaggia, Lisa Deiuri. Tra letteratura gotica e immaginario collegato. Ha curato la mostra ” VAMPIRES! Lunga vita ai Signori delle tenebre”. Lavora al progetto “Trieste Arcana”, itinerari nel mistero.
Ultima spiaggia, Lisa Deiuri. Tra letteratura gotica e immaginario collegato. Ha curato la mostra ” VAMPIRES! Lunga vita ai Signori delle tenebre”. Lavora al progetto “Trieste Arcana”, itinerari nel mistero.

Il nazionalismo è l’ultima risorsa dei farabutti, assicura Samuel Johnson. Trieste è una invenzione del cosmopolitismo asburgico. Lisbona, capitale di un impero affacciato su tre oceani, è disperatamente lusitana. Il bronzeo Pessoa è, sì, un patrimonio dell’umanità ma è prima di tutto portoghese. Già: e Svevo, e Saba, non sono, forse, prima di tutto, triestini? Ma cosa significa, essere triestini? Esistono città belle e città che hanno un’anima. Trieste mito letterario nasce quando il meglio si è già irrimediabilmente compiuto, proprio come il mito asburgico studiato da Claudio Magris: mito venato di rimpianto.

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È significativo che lo nutra anche la voce di scrittori non triestini per nascita, come Quarantotti Gambini e Cialente. Un mito, verrebbe da dire, che sboccia dalla nostalgia ed è fondato da discepoli. Un mito che nasce con Trieste italiana, quando la storia e la vocazione della città mutano inesorabilmente, diventando altro, altra cosa. Discepoli: quando Renzo Rosso può prendere a titolo un emistichio di Saba, o quando il velo di “anonimo triestino” garantisce a un autore interesse e visibilità nel mondo letterario.

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Lì nasce il mito, fondato su materia assai solida. Qualcosa che va molto al di là delle figure locali, il cui ricordo peraltro abita ancora come un fantasma certi luoghi, proprio come le statue dei Numi Tutelari – Svevo, Joyce, Saba – ci guardano da un oltretempo ove noi non siamo che inconsistenti viandanti. Ma per me la città resta un crocevia di lingue che fa frizzare il sangue sotto l’aria nuova di cieli più vasti e senza confini ma non senza problemi (irrisolti) che crescono sino a diventare spettri, Il fantasma di Trieste, per citare il triestino d’adozione (e gran giocatore di poker) Enzo Bettiza.

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Perché, ecco, cittadini come forse soltanto i parigini lo sono, in Europa, i triestini sanno che vi è un intorno, ed è quell’intorno che diede sangue e ossigeno alla città. Lo sanno, ma nella loro storia tendono a non tenerne conto, e questo è curioso ed è un’altra gran differenza dalla rivale Venezia – altra città dall’anima perduta e una grande letteratura alle spalle. Ma Venezia era Stato sovrano, e al Dominio da Mar univa quello di terra, il Veneto barbaro di muschi e nebbie evocato da Goffredo Parise. Crocevia fra Baltico e Mediterraneo, fra vigna e steppa, Trieste no, non fu dominante: Trieste fu una soglia sull’Oriente. Mia madre ricordava ancora l’intenso aroma del caffè e delle spezie, subito dopo la Grande Guerra, al porto: aromi da Mille e una notte che non avrebbe più ritrovato in nessuna delle sue città, Roma nell’adolescenza, Milano nell’età adulta.

E prima ancora lì sul lungomare, lì mia nonna bambina, trent’anni dopo che a bordo del Greif l’imperatore Francesco Giuseppe aveva presenziato all’inaugurazione del Canale di Suez, vide avvolto in un gran caftano (ma allora esisteva!) l’Uomo Nero, il primo africano della sua vita. Anche questa è anima, anche questa è letteratura. Sì: vi è una voce, nella mia vita, ch’io sento con puntualità degna, davvero, dell’imperial-regio orario ferroviario. È quando, pochi chilometri dopo Monfalcone, i binari compiono una lieve eppure avvertibile curva in senso antiorario ed ecco – improvvisa come un’epifania – la costa muta la propria natura e il verde della vegetazione si fa più intenso, esotico, e il mare si fa colore d’oriental zaffiro, ed ecco, non è più questione di confini fra nazioni e popoli, e il cuore sobbalza perché là, ancora invisibile, è Trieste, e oltre sono le bianche isole della Dalmazia seminate come dadi nel mare del destino, e tu senti – voci d’altro luogo, e d’altro tempo, e d’altra vita – che quella breve curva della ferrovia (che sia preservata in eterno) non è soltanto una delle porte d’Oriente, no: è la porta di un famigliare, privatissimo Eden. —

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