Yugo Logo a Trieste: avanguardie di un futuro passato
Il progetto artistico del designer Ranković riscopre una cultura grafica che ha anticipato il presente

La Jugonostalgia è un sentimento complesso, stratificato, che affiora tra le crepe lasciate dalla dissoluzione della Jugoslavia. Non è semplice malinconia retrospettiva, né un rimpianto idealizzato: è piuttosto un lessico affettivo, capace di evocare ricordi di convivenza multiculturale, sicurezza sociale e un immaginario modernista condiviso.
In un presente spesso percepito come frammentato e incerto, questa nostalgia diventa un contrappeso simbolico, oscillando fra memoria personale ed estetica vintage.

In questo crocevia emotivo e culturale si inserisce Yugo Logo, progetto del designer serbo Ognjen Ranković, un archivio itinerante che raccoglie più di seicento logotipi creati tra la metà del Novecento e gli anni Novanta.
Non reliquie esposte come in un mausoleo, ma un vero atlante di linguaggio visivo, in cui istituzioni culturali, imprese, media, università e società sportive compongono una “hall of fame” del design grafico jugoslavo. Nata anche grazie ai social e poi trasformata in libri e mostre in Croazia, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e Montenegro, l’operazione approda a Trieste, per la prima volta fuori dai confini dell’ex Jugoslavia, per iniziativa di Cizerouno, come evento collaterale del Trieste Film Festival ed è allestita al Cavò di via San Rocco (fino al 21 febbraio, da giovedì a sabato, e tutti i giorni del festival, dalle 17.30 alle 19.30).

L’esposizione, che presenta anche un montaggio di spot televisivi trasmessi tra gli anni Sessanta e Ottanta, rivela un passato sorprendentemente più moderno del nostro presente. Loghi di case editrici, istituzioni culturali, aziende turistiche, reti televisive, club sportivi: un repertorio visivo che testimonia una cultura progettuale fondata su sintesi, tipografia di qualità e un’idea di progresso condiviso. Dietro ogni logo si nasconde una storia: molti sono stati ricostruiti grazie alle fotografie inviate dagli utenti sui social, in un progetto collettivo che si arricchisce continuamente. Alcuni rimandi sorprendono anche Trieste: se andate alla Torrefazione Triestina e sbirciate sotto le tazzine, troverete il marchio di Jugokeramika. Tra i designer in mostra c’è anche l’italiano Enzo Scarton, che disegnò il logo per una scuola di maestri d’arte vetraria: testimonianza di un dialogo creativo che, all’epoca, passava con naturalezza dalla grafica all’arte visiva fino al cinema.
Il cortocircuito fra jugonostalgia e Yugo Logo è evidente: brand storici come Cockta, 3. Maj, le compagnie di trasporto o la “pahuljica” olimpica di Sarajevo 1984 non sono solo simboli dismessi, ma veri strumenti di alfabetizzazione visiva. Guardarli oggi significa interrogare una modernità periferica che traduceva in segno grafico un’idea di cooperazione, welfare e progresso collettivo. La loro attualità sorprende: rivelano standard progettuali che parlano perfettamente al presente digitale. L’ideatore, il designer serbo Ognjen Ranković che insieme al co-curatore Antonio Karača sarà sabato al Knulp per un incontro pubblico, rifiuta l’etichetta della nostalgia sterile. La definisce piuttosto nostalgia per “un futuro mancato”: un sentimento che guarda avanti, perché quegli stessi segni contenevano promesse di infrastrutture, servizi e cultura di massa che oggi si possono rileggere senza ideologie totalizzanti.
Yugo Logo non museifica, ma riattiva possibilità, invita a ripensare le infrastrutture simboliche della convivenza. Se la nostalgia è desiderio di casa, qui la casa è una lingua visiva che attraversa confini e tempi, suggerendo una direzione concreta: progettare non per commemorare, ma per ricomporre. —
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