IL PUBBLICO E IL MERCATO
È il liberismo l’oppio degli economisti? Si direbbe: a giudicare da certi commenti sulle misure prese da Bernanke, presidente della banca centrale Usa, la Fed, e Paulson, ministro del Tesoro. Si parla di socialismo e statalizzazione quando, invece, si sono attenuti ai dettami di Walter Bagehot, liberale, primo direttore dell’Economist e teorico delle banche centrali. Bernanke e Paulson hanno agito su due lati. Uno riguarda profitti e proprietà: l’aspetto appropriazione. L’altro riguarda il funzionamento dell’insieme; l’aspetto funzionale. Da un lato, gli agenti sul mercato finanziario potrebbero, cercando maggiori profitti, assumere rischi eccessivi, se pensassero che saranno salvati sempre, evitando così di pagare col fallimento.
Coloro che nel salvataggio vedono solo l’aspetto appropriazione pensano che quest’atteggiamento, detto azzardo morale, sia da punire inesorabilmente. Negli ultimi vent’anni si è parlato solo di quest’aspetto. Ma c’è insolvenza ed insolvenza, fallimento e fallimento. Ci sono fallimenti la cui propagazione prima o poi si arresta. Altri possono, invece, innescare reazioni a catena incontrollabili, che mettono a rischio l’intero sistema; non solo per le dimensioni, quanto per la posizione strategica degli insolventi. Bagehot raccomandava di salvare prestando quando nessuno lo farebbe più, ma penalizzando i responsabili.
Questo hanno fatto Bernanke e Paulson. Gli autori e i beneficiari di scelte azzardate, il management e gli azionisti delle due imprese di intermediazione di mutui immobiliari salvate, sono stati estromessi. Che le imprese, dette Fannie e Freddy, siano ora di proprietà del Tesoro conta poco; Paulson intende riprivatizzarle. Lo stesso vale per l’assicurazione Aig il cui fallimento avrebbe messo a rischio milioni di pensionati, nonchè l’intero sistema finanziario. È stata salvata con un grosso prestito, ma ad un tasso altissimo, dietro garanzia dell’80% delle azioni. Nessuna statalizzazione, ma la messa sotto tutela di proprietà e manager.
Il ruolo giocato da Bernanke e Paulson si chiama prestatore di ultima istanza, e costituisce il perno pubblico del funzionamento del mercato, che da solo può cadere in crisi di nervi. Come si vede, peraltro, anche adesso: la liquidità che è stata immessa nel sistema dalle banche centrali viene solo in parte rimessa in circolo. Le banche private la trattengono, alzando il tasso interbancario. Immaginiamo solo le insolvenze ed i fallimenti che ci sarebbero oggi senza neppure quegli interventi. La crisi del ’29 fu, in parte, dovuta al fatto che la Fed si comportò come una banca privata, in modo prudenziale, e non da banca centrale. Questa era la ragione del contendere tra Keynes e gli economisti ortodossi del suo tempo, e che si ripropone anche oggi, dopo che la vulgata liberista ha diffuso l’idea che il mercato da solo fa tutto. Il mercato fa molto: è in grado di equilibrare questo, quello o molti mercati. Ma, contro l’opinione diffusa, non è in grado di prendersi cura dell’insieme. Quando ognuno è impegnato a salvare se stesso dal pericolo che la barca affondi, nessuno pensa a come impedire che affondi.
Gli Usa hanno grandi responsabilità in questa crisi, provocata da una finanza, inventata da loro, che ha generato rischi incalcolabili. Questa stessa finanza che chiede, oggi, un salvataggio generalizzato. Questo si che sarebbe una socializzazione delle perdite. Se si dovesse arrivare a quel punto, però, sarebbe perfino dubbio che servisse davvero a salvare il sistema, e non solo a salvare i responsabili della crisi. Ma, se eviteremo un nuovo ’29, ciò si dovrà anche a Bernanke e Paulson che hanno agito finora da veri banchieri centrali, secondo i dettami di Bagehot e Keynes.
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