L’ITALIA CHE CI PIACE
Ogni quattro anni viviamo l'Utopia, dentro i Giochi olimpici e grazie allo sport. L'Utopia realizza un mondo che premia il merito, nel quale tutti possono provare a partecipare e vincere, e le regole rispettate. Siccome è un mondo fatto di donne e uomini concreti, anche qui qualche volta le regole si inceppano, ma sono eccezioni deprecate.
Qualche volta i giudici sono inaffidabili, ma chi li prende a calci, non solo metaforicamente, viene squalificato a vita. E dentro questa Utopia c'è un pezzo di Italia possibile. L'Olimpiade di Pechino 2008 può essere letta come una radiografia della società italiana, di come è e soprattutto di come potrebbe essere. Siamo un Paese pieno di talenti sconosciuti, che alleviamo in silenzio, che riconosciamo ogni quattro anni, che ci entusiasmano e che poi rapidamente dimentichiamo.
Eppure ci sono preziosi. Per fortuna siamo un Paese che non ha bisogno di eroi, ma abbiamo un disperato bisogno di esempi positivi, esempi che questi atleti ci hanno regalato con grande generosità. L'Utopia italiana colorata di azzurro rassomiglia solo in parte a quella grigia che viviamo quotidianamente, sempre un po' spaventata e disorientata. E' un'Italia che nasce e cresce in famiglia, piena di giovani che non hanno paura di far fatica, di impegnarsi, di vincere e di perdere, che dedicano le loro medaglie ai genitori e alle fidanzate.
È un'Italia fatta di mamme e papà che si allenano e vincono portandosi dietro i loro bambini. E' un'Italia arricchita da un pugno di extracomunitari che abbiamo accolto volentieri e piena di poliziotti, carabinieri, soldati, aviatori, finanzieri, guardie forestali, tutti bravi e simpatici, che al massimo sparano ai piattelli. Chi vince una medaglia d'oro olimpica riceve 150 mila euro lordi (come un direttore generale regionale) e pur con qualche umanissimo mugugno, pagherà quasi felice le tasse.
E' un'Utopia realizzata in cui le donne hanno conquistato l'altra metà del cielo per merito, senza bisogno della tutela delle pari opportunità o di qualche raccomandazione. Certo è un'Italia che fa fatica a far squadra, che fa viaggiare in business class i calciatori senza troppa qualità e in classe economica le medaglie olimpiche. Certo, qualcuno fa il furbetto e si dopa, ma nel complesso sono donne e uomini tenaci, disposti al sacrificio, al tempo stesso umili ed orgogliosi.
Donne ed uomini liberi ed intelligenti, capaci di rifiutare le proposte un po' ipocrite di mandarini della politica, che chiedono agli sportivi di protestare per il Tibet mentre loro non hanno nemmeno il "coraggio" di incontrare il Dalai Lama. Per questo è stata brava Margherita Grambassi, che - a gare finite e con perfetta scelta di tempo - ha deciso di donare la sua maschera al Dalai Lama, mentre Sarmiento (argento nel taekwondo), Russo e Cammarelle sono la migliore risposta a "Gomorra". Per questo entusiasma Schwazer, che si commuove quando canticchia l'inno di Mameli con l'accento tedesco, nello stesso giorno in cui il veneto Facchin e il siciliano Scaduto vincono insieme l'argento nel K2.
Ma la più grande di tutti è Josefa Idem, italiana per amore e per ragione, che confessa - alla sua settima Olimpiade - di essere pigra e che quindi non può permettersi di fare fatiche inutili. La sua energia e la sua intelligenza hanno fatto più bella e possibile l'Italia che ci piace.
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