LO STANCO RITUALE DEI FISCHI
L’anniversario della strage più orrenda dell'Italia repubblicana ha dato occasione a comportamenti che sembrano lontanissimi da quel dramma. Oggi più che in passato è apparso manifesto il trasformarsi della politica in un teatrino (di chi fischia e di chi non vuole essere fischiato): chi ricorda quell'evento lo percepisce in maniera vivida. Era il 1980, e sembrarono confluire in quell'anno i fuochi più feroci del terrorismo di sinistra (più di 80 morti dal 1978). E gli ultimi assalti di uno stragismo neofascista che era sembrato attenuarsi dopo la strage di Brescia del 1974. Non era così, in quel 1980 ce lo ricordarono le 85 vittime di Bologna e le altre 8 vittime dell'ultimo, insensato terrorismo di destra. Da qui lo smarrimento e al tempo stesso la collera di milioni di italiani, ma anche una volontà solidale di rispondere e di "fare muro". Questo era il clima che si respirava ai funerali di Bologna: una determinazione collettiva a ricostruire e al tempo stesso l'esasperazione per la copertura dello stato alle trame eversive di destra. Per quell'impunità degli autori e dei mandanti delle stragi di cui il processo per Piazza Fontana era ed è il simbolo.
Parlò Renato Zangheri, allora sindaco della città, e il Presidente della Repubblica Pertini gli era vicinissimo, con la mano destra sul bordo della tribuna. "Il popolo giudicherà gli uomini del governo soltanto dai fatti", disse Zangheri, ed Eugenio Scalfari su "Repubblica" sottolineò in modo intenso "quella duplice presenza del Sindaco e del Presidente, uniti e soli davanti alla città e alla nazione". Dietro di loro, aggiunse, "gli uomini del potere sembravano grigie comparse, residui del passato". Un dramma, appunto, e parlarono ai bolognesi e al Paese due uomini che avevano pieno titolo per farlo, nella crisi di credibilità della politica. La sfiducia, fondata, nei confronti della classe politica si è protratta poi negli anni, ma il "dovere di memoria" richiamato ieri dal presidente Napolitano e dal presidente dell'associazione delle vittime Paolo Bolognesi si è intrecciato a comportamenti - di cui i fischi sono il simbolo - sempre più lontani dal cuore di quel dramma e dalle sue dense implicazioni civili. Comportamenti che appaiono privi di senso, come appare sbagliata la diserzione di un Guardasigilli pauroso di qualche contestazione.
Quest'anno, è stato osservato, la protesta è stata alimentata dalle richieste di rivedere il processo che ha portato alla condanna definitiva di due terroristi neofascisti, Fioravanti e Mambro (i dubbi, va detto, non sono stati avanzati solo dalla destra). Non sembra un argomento vero. Il giudizio storico e politico sullo stragismo neofascista e sulle connivenze di cui ha goduto è ormai consolidato, e verificare eventuali e singoli errori giudiziari - se vi fossero stati - è interesse di tutti. In primo luogo delle vittime e di chi sta dalla loro parte. Purtroppo lo stanco ripetersi del rituale dei fischi non appartiene più alla storia e al dolore della strage di Bologna. Appartiene a quell'appannarsi delle ragioni della sinistra radicale, a quel suo diventare caricatura di se stessa di cui è stato testimonianza l'ultimo, desolante congresso di Rifondazione comunista. Quasi la conferma di una deriva, di un declino: se fosse inarrestabile, sarebbe una perdita per tutti.
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