Operai schiavi, blitz in cantiere scatta l’arresto dell’imprenditore

Costretti a lavorare in cantiere per paghe miserevoli e per più di dieci ore al giorno. Con turni massacrati, senza maggiorazione per gli straordinari e solo parzialmente retribuiti. In alcuni casi obbligati perfino, sotto minaccia di licenziamento, a omettere gli infortuni, spacciati poi per incidenti domestici al Pronto soccorso.
Dietro l’incubo vissuto da alcuni lavoratori africani dell’indotto, stando alle indagini di oltre un anno svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Gorizia, retto dal tenente colonello Alessandro Carboni, ci sarebbe l’imprenditore Victor Julio Araujo Gomez, quarantenne di origini venezuelane, residente a Redipuglia, socio co-titolare di La Montaggi srl, ditta d’appalto diretto che realizza ponteggi e che nell’allestimento delle ultime navi operava allo stabilimento di Panzano (attualmente risulta radiata dall’albo dei fornitori).
L’uomo, arrestato ieri alle 7.40 in cantiere, nel suo ufficio a ridosso dei bacini di carenaggio dove si apprestava a iniziare l’attività professionale, si trova ora in custodia cautelare nella casa circondariale di Gorizia. Assistito dal legale d’ufficio Stefano Podlipnik deve rispondere delle ipotesi di reato di «estorsione, minaccia aggravata e sfruttamento del lavoro». L’ordinanza è stata emessa dal gip Carlo Isidoro Colombo su richiesta della pm Ilaria Iozzi della Procura di Gorizia. A breve è attesa l’udienza di convalida dell’arresto.
Dunque un messaggio di tolleranza zero verso ogni possibile forma di caporalato, quello che arriva e dall’operazione “Cash and carry” dell’Arma e da Fincantieri. Che nell’intento di fare “pulizia”, come sottolineato ieri dai militari, ha garantito «massima collaborazione» con personale della security e accessi alla fabbrica per la predisposizione di microspie e telecamere nel container della ditta a scopo investigativo.
Le complesse indagini coordinate dalla Procura hanno consentito di appurare che «l’indagato, in qualità di capo cantiere, sottoponeva gli operai di nazionalità maliana, gambiana e senegalese, a proibitive condizioni lavorative», con turni di oltre dieci ore al giorno, retribuendoli solo parzialmente e inoltre «minacciandoli di allontanarli dal posto di lavoro». Ciò «al fine di ottenere dagli operai, mensilmente, la restituzione dallo stipendio appena ricevuto di somme variabili dai 200 ai 400 euro in contanti». I dipendenti de La Montaggi percepivano, secondo la ricostruzione degli uomini guidati dal tenente colonnello Pasquale Starace, 7 euro l’ora. E delle «circa 240 ore mensilmente prestate, alla fine, se ne vedevano corrispondere solo 150-160» (per 1.050-1.120 euro). La storia andava avanti da due anni.
I militari hanno pure accertato che alcuni lavoratori, vittime di infortunio («come lo schiacciamento di mani e piedi») erano stati «obbligati, sotto minaccia di licenziamento, a ometterne la denuncia alle competenti autorità», dichiarando che gli incidenti erano avvenuti in casa. A testimonianza della capillarità delle verifiche dei carabinieri, coadiuvati nella fase esecutiva dall’Ispettorato del lavoro, l’acquisizione dei referti di ogni dipendente della Montaggi srl, che conta in tutto una ventina di addetti circa, transitati per il Pronto soccorso del San Polo.
Non solo: è emerso che i corsi obbligatori ai quali i lavoratori avrebbero dovuto partecipare per poter realizzare in sicurezza i ponteggi dentro il cantiere navale non venivano svolti regolarmente in quanto i lavoratori durante le ore previste dal corso, che si sarebbe dovuta tenere in una società di Padova, figuravano in servizio a Panzano, come testimoniato dalle timbrature del badge acquisite dai carabinieri. Oltre al danno, la beffa: il costo di 600 euro della formazione mai sostenuta veniva, sempre stando agli accertamenti, addebitato agli operati tramite l’«ulteriore illegale decurtazione dalla busta paga». A strascico dell’indagine, dunque, sette tra organizzatori e docenti del corso per la sicurezza sono stati denunciati in stato di libertà per l’ipotesi di reato di falso. Tra loro anche un paio di donne. «L’attività vessatoria del datore nei confronti dei dipendenti ha avuto una durata di almeno due anni – conclude il tenente colonnello Starace –. La somma frutto dell’estorsione, che secondo un primo conteggio ammonta a circa 52 mila euro, è stata sottoposta a sequestro preventivo presso la sede Unicredit di Ancona». –
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