Parte la corsa all’oro nero del Montenegro

BELGRADO. Le speranze del governo, che si frega le mani immaginando per gli anni a venire copiose entrate nelle casse pubbliche. La fiducia di colossi stranieri, che investono in un mare ancora vergine. Le paure di ecologisti e società civile, che temono danni all’ecosistema. Sono le tre campane che risuonano discordanti in Montenegro, dove ieri sono iniziate – al largo della costa – le prime trivellazioni alla ricerca di petrolio, un passo attesissimo dalle autorità al potere, vituperato dagli ambientalisti locali.
Protagonisti delle ricerche, il gigante italiano dell’energia Eni e la russa Novatek che – dopo anni di ricerche - hanno dato il là a «perforazioni esplorative» usando la piattaforma Topaz Driller, che arriveranno a una profondità di 6.525 metri, nel tratto di mare tra Bar e Ulcinj», a circa 14 miglia nautiche dalla costa, un progetto con tempi tecnici calcolati «tra i quattro e i sei mesi», ha informato ieri l’esecutivo montenegrino. Progetto che ha come obiettivo quello di verificare «il potenziale dei giacimenti» di petrolio e poi di gas che si celerebbero nel fondale dell’Adriatico, per poi definire gli eventuali «metodi di produzione», una prospettiva che si potrà concretizzare «nel giro di 4-6 anni, a completamento del primo pozzo», ha specificato il governo.
«Auguriamo ai concessionari», il consorzio tra Eni e Novatek, «buon lavoro, nella speranza che la ricerca contribuisca alla ripresa economica e ambientale del Montenegro», ha dichiarato con fiducia il ministero per gli Investimenti e la Direzione governativa per gli idrocarburi del piccolo Paese balcanico.
Ma non c’è solo il consorzio russo-italiano. Anche la Energean greca sta cercando partner per ricerche simili in altri “offshore block”, sempre nel mare al largo del Montenegro. Piani e auspici dietro cui si celano visioni ardite e progetti ambiziosi. Il Montenegro, oggi fortemente dipendente dal turismo, ambisce infatti a «diversificare la sua economia», hanno specificato il ministro per gli Investimenti Mladen Bojanic e il suo segretario di stato, Marko Perunovic. Obiettivo che si potrà raggiungere, se l’oro nero sarà trovato e in abbondanza, attraverso la creazione di un fondo statale sul modello norvegese, sui cui confluiranno fino al 68% dei profitti dell’estrazione.
Ma in Montenegro non tutti sono felici di immaginare il Paese come un futuro "Texas adriatico". Il contratto con i concessionari va stracciato, perché avere delle piattaforme petrolifere nelle acque territoriali rappresenterebbe un rischio troppo grande. Anche il più piccolo incidente «avrebbe un impatto enorme su natura e turismo, perché nessun va a fare le vacanze dove ci sono piattaforme» per l’estrazione di idrocarburi, ha denunciato Natasa Kovacevic, una delle anime dell’Ong “Green Home”.
Si fermino dunque le macchine prima che sia troppo tardi, perché «i costi del potenziale danno alla natura sono maggiori della rottura di un contratto», ha aggiunto. Sulla stessa linea anche il movimento civico Ura, che si è spinto fino a chiedere un referendum popolare per verificare se i cittadini siano o meno favorevoli alla corsa all’oro nero, un’opzione che sul lungo periodo il governo potrebbe recepire positivamente. Anche perché i favorevoli all’estrazione potrebbero essere tanti: sarebbero oggi l’88% della popolazione, secondo un sondaggio online della Tv pubblica di Podgorica.
Riproduzione riservata © Il Piccolo








