UNA CATENA DI ERRORI
Dalla vicenda Alitalia non esce bene nessuno, né il governo passato né quello attuale, allora opposizione, né i soci italiani subentranti e, meno di tutti, i sindacalisti. La dirigenza Alitalia, l'ex-presidente Cimoli in testa, già demolitore delle Ferrovie dello Stato, è un bel po' che ci fa una pessima figura, avendo mandato in rovina un gioiello di famiglia, ma non ha pagato e, temo, non pagherà alcun prezzo. Riepiloghiamo. Il governo Prodi tratta della cessione di Alitalia con un colosso mondiale, Air France-Klm, risultato della fusione delle compagnie di bandiera francese e olandese, perchè siamo in Europa e la dimensione di riferimento dev'essere mondiale. L'obbiettivo è salvare il nome, Alitalia, e la presenza italiana sulle rotte internazionali. Il prezzo è la cessione della proprietà, da italiana ad europea, e ovviamente i dolorosi tagli necessari al risanamento. In una trattativa durissima i sindacati ottengono di limitare gli esuberi immediati a circa duemilacinquecento.
Il marchio è evidentemente di gran pregio se l'Air France, dopo una lunga trattativa, è disposta a pagare il prezzo di accollarsi il residuo di una gestione disastrosa degli ultimi vent'anni. L'Alitalia, infatti, dopo aver rappresentato degnamente, dagli anni del 'Miracolo' in poi, l'uscita del paese dalla minorità economica, non aveva retto alla deregulation del settore aereo negli anni Ottanta, alla riorganizzazione degli scali mondiali, con il sistema degli scali-perno, gli hub, e all'irruzione delle compagnie low-cost, tipo Ryan Air, nei Novanta. Cominciano lunghi anni di perdite gigantesche, tutte sul bilancio dello stato. La responsabilità del disastro era ovviamente ascrivibile innanzitutto alla dirigenza, ma anche al mondo politico che, trasversalmente, l'aveva scelta. Da cui la necessaria cessione, difesa proprio dalla dirigenza Alitalia, la prima cosa buona dopo anni di errori. L'opposizione, oggi governo, apre all'epoca una battaglia in nome dell'italianità della compagnia. I sindacati rompono la trattativa ritenendo le offerte di Air France insufficienti. Il governo non ha la forza di attuare le proprie decisioni, come peraltro fa anche con i rifiuti a Napoli.
L'esito è sotto gli occhi di tutti. Il nome Alitalia è scomparso. La compagnia residua verrà unita ad una piccola compagnia nazionale, senza alcuna prospettiva di crescita mondiale. I soci subentranti investono somme risibili rispetto all'obbiettivo di salvare una compagnia di bandiera italiana di livello mondiale, per di più con la prospettiva di rivendere le quote ad Air France, che si è rifatta viva e che, semmai, pagherà molto meno, anche perché otterrà molto meno. Gli esuberi sono ora settemila, tutti sulle spalle dello stato italiano. Il personale starà, contrattualmente, peggio. La pessima figura la fanno tutti. Il governo, e la coalizione politica, uscente per non aver avuto il coraggio di difendere una scelta che, a cose fatte, appare migliore della soluzione proposta oggi.
L'opposizione di ieri, oggi governo, per aver cancellato un prestigioso nome italiano dalle rotte mondiali, in nome di un'italianità di facciata. I soci entranti, per aver fatto la loro bella speculazioncina, perché non gestiranno la compagnia, così come i 'capitani coraggiosi' padani, a suo tempo, non gestirono Telecom, rivendendola appena possibile. I sindacalisti, che non sanno fare il loro mestiere, non chiudendo al meglio, anche per il contribuente. Oggi sento il mio senso di italianità offeso. Quando al posto di una grande compagnia di livello mondiale ne ho una piccola, e provinciale. Di questo devo ringraziare il governo in carica ma anche, più amaramente, quello passato che, avendo tutte le carte in mano, non le giocò.
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