Una “talpa” nella Casa di riposo aiutò l’Arma sui maltrattamenti

Dipendente di Ambra indicava chi era di turno a Farra durante le intercettazioni Ma gli avvocati contestano: «Quelle informazioni non sono state verbalizzate»



Prima udienza dedicata ai testi all’insegna delle obiezioni e richiami al Codice di procedura penale da parte delle difese, nell’ambito del processo a carico di nove imputati, e una società, in relazione alla casa di riposo Contessa Beretta di Farra d’Isonzo. Nell’ottobre 2015 era partita l’inchiesta del Nucleo investigativo dei carabinieri di Gorizia e dei Nas di Udine, coordinati dalla Procura, in ordine a casi di maltrattamenti degli anziani, nonché a false certificazioni socio-sanitarie nei confronti degli ospiti. L’udienza è stata contrassegnata da un deciso contraddittorio in merito alle intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite nella struttura protetta. Attività per la quale i carabinieri facevano riferimento ad un’«informatrice», appartenente al personale in servizio nella casa di riposo. Il primo aspetto è stata la richiesta di nullità da parte dei difensori di alcune parti di conversazioni. Durante l’ascolto del perito fonico è emerso che il consulente del Tribunale per la traduzione di alcuni passaggi in lingua russa s’era avvalso di un interprete che non era stato nominato dal Tribunale. Il giudice monocratico Iorio ha accolto l’istanza dichiarandone la nullità, salvo la possibilità di rifare la perizia, se ritenuto necessario.

Ma è stato quando è toccato al luogotenente dei carabinieri, Caporale, dell’Ufficio che coordinava le indagini, sedersi sul banco dei testimoni che sono scaturiti elementi di particolare disaccordo. Per stabilire a chi appartenessero le voci registrate durante le intercettazioni ambientali nella casa di riposo, gli inquirenti utilizzavano l’«informatrice», dipendente della cooperativa Ambra, chiamata per indicare il personale che era di turno. Dalle difese è stato sollevato il problema, durante il controesame: le informazioni fornite dalla dipendente non erano state verbalizzate. L’avvocato Massimo Bruno ha evidenziato come le indagini fossero «carenti» per non aver riportato in atti ufficiali l’acquisizione di quelle informazioni, una modalità che lascia quantomeno perplessi. L’avvocato Paolo Marchiori ha insistito con forza su questo aspetto. Ha fatto riferimento al Codice di procedura penale, secondo il quale i dati acquisiti senza verbalizzazioni non hanno valore processuale. Insomma, i dati non riscontrabili in verbali ufficiali non rappresentano una forma di garanzia mettendone in dubbio l’utilizzo.

A processo sono sei tra dirigenti e operatori della cooperativa Ambra alla quale all’epoca era affidata la gestione, e tre medici di base. Alla direttrice della casa di riposo Sonia Corbatto, alle assistenti Gina Liliana Sorescu, Tamara Shkrebtu, Ecaterina Barbos, Serena Zotti, e al presidente della coop, Roberto Mainardi, vengono contestati a vario titolo i maltrattamenti agli ospiti, oltreché la truffa e altri reati fiscali. Rientra anche la cooperativa Ambra, per illeciti amministrativi, poiché attraverso idonei strumenti non avrebbe evitato che i propri organi sociali e i dipendenti commettessero reati. Quindi i medici di base Roberto della Vedova, Teresa Carbone e Giannantonio Lebani, a fronte dell’ipotesi di accusa di falso in concorso con la direttrice Corbatto nell’ambito della compilazione del certificato Bina, la scheda in cui viene attestata la valutazione clinico-sociosanitaria del paziente, ospite della struttura di Farra.—



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