Mamadou, la potenza gentile del pugile venuto da lontano

Daniele Benvenuti racconta la breve vita del campione senegalese di Trieste tragicamente scomparso lo scorso luglio a 26 anni
Mamadou sul ring
Mamadou sul ring

TRIESTE Aveva i muscoli per diventare un ottimo pugile. Il coraggio per sfondare come campione di muay thai, o farsi strada nel circuito delle arti marziali. Ma forse, più di tutto, di Mamadou colpiva il sorriso. E la voglia di non arrendersi mai. Di non mollare, girare le spalle e andarsene. Sul ring come nella vita.

Però è stata la vita, una notte di luglio, a fermarlo. Senza guardarlo negli occhi. Mamadou stava tornando da una festa di laurea. Scendeva da Longera in sella alla sua bicicletta. Doveva filare piuttosto veloce, su quel tratto di discesa ripido e con il manto stradale dissestato, perché non era riuscito a evitare il palo della luce contro cui si era schiantato. Non aveva ancora compiuto 27 anni.

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Mamadou Sy

Mamadou, però, non era solo un campione che tante soddisfazioni avrebbe ancora potuto raccogliere. Non era il classico sportivo egoista, calcolatore, concentrato tutto su se stesso. La sua breve vita, oggi, la si può raccontare come una storia di immigrazione, integrazione e amicizia. L’avventura di un ragazzo senegalese, scappato a 18 anni dal suo Paese senza avvertire la famiglia, che ha saputo mettere radici a Trieste. Aprendo il cuore alla sua seconda patria, pur senza mai dimenticare la terra d’origine.

Ed è proprio così che lo racconta il giornalista Daniele Benvenuti nel libro “Io sono Mamadou”. Un progetto fortemente voluto dalla sua società sportiva, l’Audace, e dall’Associazione Mamadou Sy, che per l’occasione si sono improvvisati anche editori. Affidando la cura grafica e l’impaginazione allo Studio Mark di Trieste e mettendo in vendita il volume, nei prossimi giorni, a partire da un prezzo simbolico di 15 euro, che sarà interamente devoluto a favore dell’Associazione e della famiglia del campione.

È durata solo 26 anni l’umana avventura di Mamadou. Eppure la sua vita è tutta da raccontare. Bambino un po’ alla Mowgli del “Libro della giungla”, più attirato dalla scuola della vita che da quella che tiene banco dentro aule buie, figlio di una famiglia numerosa e piena di mamme, zie, sorelle, fratelli, con papà sempre un po’ assenti, il futuro campione s’è deciso a sfidare la fortuna quando aveva appena 18 anni. Affidandosi a una carretta del mare. Correndo incontro alla possibilità di non arrivare mai in quell’Italia che per lui era una Terra promessa.

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Per tre volte Mamadou ha rischiato di farsi cacciare da Trieste. Non aveva il permesso di soggiorno e, si sa, le leggi non si fermano davanti a un sorriso contagioso. Eppure lui non si è mai arreso, anche grazie alla famiglia triestina che lo aveva adottato come un figlio spuntato all’improvviso. E ai tanti amici conosciuti nelle palestre, ma anche lontano dallo sport, che avevano scoperto la forza gentile di quel ragazzo con le ciabatte infradito ai piedi anche nelle giornate più fredde d’inverno, che non infrangeva le regole del Ramadan neanche quando si avvicinava una sfida sul ring, che mangiava fagioli, fagioli e ancora fagioli solo per non deludere i suoi benefattori.

Più degli incontri vinti (era una bestia di potenza su un metro e 75 di altezza, testardo e convinto di poter migliorare sempre), più della sua voglia di allenarsi senza dire mai “basta”, Daniele Benvenuti racconta la storia di Mamadou campione innamorato della vita. Pronto a insegnare la “noble art” del pugilato ai ragazzini di strada. Incapace di dimenticare la sua odissea di immigrato, tanto da voler dedicare tutto se stesso alle ondate di disperati che arrivano sulle coste italiane.

«Un tempo sarebbe potuto diventare il campione del mondo», cantava Bob Dylan per Hurricane. Mamadou ha fatto molto di più. Continuerà a vivere nei ricordi di chi l’ha incontrato.

alemezlo

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