Quello scrigno ricco di tesori finalmente ammirabili da tutti

L’insediamento alberghiero rispetta gli intenti dei costruttori Ras basati sulla fusione tra filosofia del lavoro incentrata sulla bellezza e fruizione commerciale del pubblico 
Foto BRUNI 03.12.2019 Hotel Hilton,p.zza Repubblica
Foto BRUNI 03.12.2019 Hotel Hilton,p.zza Repubblica

l’analisi

renzo s.crivelli

«La Riunione Adriatico di Sicurtà ha fatto un grande onore a sé e a Trieste edificando nel centro della città un palazzo che, per la mole, per la ricchezza, per la magnificenza, per la vita d’arte pulsante e gagliarda…degnamente rinnova le tradizioni di illuminata signorilità del Cinquecento italiano». Queste le parole del Piccolo del 19 aprile 1914. Un tributo, molto appassionato, all’inaugurazione di uno dei più begli edifici del centro cittadino, consegnato a Trieste come sede definitiva della Ras, in dismissione di quella, in Contrada del Canal Grande n. 800, dove era nata nel 1838. Fu in quell’anno che ebbe termine il vasto cantiere di costruzione del palazzo, gestito dall’impresa Carlo Bonetti & Co. (con sede in via Nuova 32), quando, smontate le impalcature, i triestini poterono ammirare un vero capolavoro.

Terminava così un processo burocratico e tecnico durato 4 anni che, a opera di Adolfo de Frigessi, direttore gerente della Compagnia, aveva portato alla realizzazione del palazzo Ras. Era stato, infatti, de Frigessi a proporre, nel 1902, l’acquisto dell’area quadrangolare che avrebbe contenuto l’edificio, proposta che passò il vaglio del Consiglio di amministrazione nel 1908, quando si decise di procedere all’acquisto di tutti gli immobili situati tra via Sant’Antonio, Santa Caterina e il Corso (acquisto costato ben 245.000 corone). Ciò imponeva lo sfratto di una marea di negozianti, tutti da risarcire. Ma la Compagnia fu magnanima, come risulta dai documenti, e decise di lasciare a tutti un adeguato periodo per traslocare, agevolandoli in nome di quel che chiamò «un principio etico dell’imprenditorialità». Un riguardo encomiabile che, come ha puntualizzato Amerigo Restucci ne Il Palazzo della Ras (“Quaderni giuliani di Storia”), è sintetizzabile «nella volontà di salvaguardare l’etica del lavoro insieme con gli interessi della Compagnia».

Fu il figlio di Adolfo, Arnoldo, ad intestarsi poi le opere di selezione dei progetti e quelle relative alla costruzione. E fra i vari progettisti (tra cui Ruggero e Arduino Berlam, Ludwing Baumann di Vienna, Hugo Licht di Lipsia, Ignac Alpàr di Budapest, Max Littmann di Monaco, Luigi Broggi di Milano) vennero scelti i Berlam padre e figlio (che avevano da poco realizzato la scalinata di via Pellico e la grande Sinagoga). I lavori iniziarono nel 1910, partendo da una scelta perimetrale intelligente, che prevedeva l’arretramento della facciata per esaltare una piccola piazza (allora piazza Nuova) da cui fosse possibile “osservare” compiutamente la bellezza dell’edificio. Lo scopo era ricercare una nuova immagine della città, in cui il frontespizio poteva rispecchiarsi nella pubblica piazza, mettendo in relazione i volumi pieni con quelli vuoti. «Nella parte bassa», come rileva ancora Restucci, «l’edificio non presenta l’abusato tema del bugnato ma una serie di aperture, nove vani, coperte da cancellate di ferro battuto, di ricca decorazione, che tentano di rendere trasparente il lavoro che si compie all’interno». I cancelli, va ricordato, erano opera della ditta Calligaris di Udine, tra le più note del genere.

Scavare nel centro di una città romana implicava la scoperta di reperti d’epoca. E questo regolarmente avvenne. Infatti apparirono, sin dal 1910, i resti di un tempio antico, detto della Bona Dea (una divinità romana celebrata agli inizi di maggio e di dicembre). Lo sappiamo dal ritrovamento di una targa che ci spiega che il tempio è stato edificato a spese pubbliche nella seconda metà del I secolo a. C. e ci informa sulla dedica. Apparve anche un bel mosaico, poi musealizzato.

Ma tornando al palazzo Ras, va detto che nella facciata i progettisti fusero fra loro stilemi neo-rinascimentali e forme imitative trecentesche, esaltando il cosiddetto stile “eclettico”. Nella facciata tutto ruota intorno all’ingresso centrale, con un portone ad arco con al centro una testa di Nettuno. Tutte le sculture rientrano nella filosofia celebrativa dell’imprenditoria assicurativa, con figure allegoriche dedicate al Fuoco e all’Aria, al Pensiero e all’Azione (opere di Giovanni Mayer), mentre sul balcone del primo piano notiamo la Previdenza e la Protezione (concetto-base per un’assicurazione). All’interno, poi, un grande vestibolo con la Fontana del Gladiatore (opera del Marin, con tre leoni che bevono). Ovunque ornamenti preziosi, boiserie, colonne decorate, soffitti decorati a rosoni. E il tutto culmina con il Vestibolo e lo Scalone d’onore, che ambisce all’elevazione tipica di chi fa intrapresa. E la fa entro una pura scenografia autocelebrativa.

Tutti questi tesori, ottimamente restaurati, ed esaltati dal progetto Hilton, saranno finalmente a disposizione di clienti e visitatori. In un positivo connubio fra arte e commercio. Forse proprio per questa ragione l’insediamento alberghiero sembra proseguire negli intenti dei costruttori Ras: intenti basati, come si è visto, sulla fusione fra una filosofia del lavoro basata sulla “bellezza” e la fruizione commerciale del pubblico. —





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