Gli jugonostalgici celebrano la nascita della Federativa

A Jajce dove ci fu la storica riunione dell’Avnoj. Tanti i vessilli con la stella rossa.  Preso d’assalto il museo. Slogan antifascisti e balli e canti popolari spontanei

BANJA LUKA La coreografia è sempre la stessa e lo spettacolo che la jugonostalgia mette in scena è sempre un pugno allo stomaco per quel suo ritorno al passato ma, anche, per la sua ritrovata modernità nelle radici più ideologiche conficcate nell’antifascismo. E così è stato anche a Jajce per ricordare il 75° anniversario della seconda riunione dell’Avnoj (Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia) da cui nacque ufficialmente la Jugoslavia di Tito.

“Jugoslavia terra mia” dove il destino è la vendetta


Un pugno allo stomaco per quello sventolio di bandiere della defunta Jugoslavia con la stella rossa che fa bella mostra di sé anche sui cappellini da partigiani indossati da molti che la guerra partigiana l’hanno letta solo sui libri. I ritratti di Tito, immortale alla sua morte politica, e quei canti e quelle danze popolari che ancora, nel 2018, riescono ad unire popoli che il nazionalismo e i divergenti interessi economici hanno così cruentemente diviso negli anni tra il 1991 e il 1996. Si sono radunati in più di tremila, giunti da ogni parte della ex Jugoslavia e qualcuno anche dall’estero. Corone d’alloro sono state deposte ai piedi del monumento ai partigiani caduti nella guerra di liberazione. La delegazione degli ex combattenti della Slovenia lo ha fatto assieme ai “compagni” veterani russi (o forse meglio sovietici?). Il museo dedicato all’Avnoj visitato quest’anno già da oltre 100 mila persone traboccava di gente.

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Presente come sempre la filosofia del «quando c’era lui (Tito) si stava meglio», ma anche un nuovo spirito antifascista che proprio a Jajce ha cercato di ritrovare energia popolare per ribellarsi ai populismi che stanno “invadendo” l’Europa. Per gli sloveni poi la seconda riunione dell’Avnoj (21-29 novembre) di Jajce costituisce una pietra angolare per la sua storia di indipendenza in quanto proprio in questa città bosniaca Tito proclamò la creazione di una Jugoslavia federale, basata sul diritto di autodeterminazione, quel diritto che Lubiana sventolò nel 1991 quando il suo Parlamento proclamò l’indipendenza.

Passato e presente, dunque, fortemente incatenati. E se a Jajce a qualcuno ha dato fastidio lo sventolio di quelle bandiere con la stella rossa, parlando con chi le sventolava l’accordo invece era quasi totale. Già, Jajce, centro a 70 km a sud di Banja Luka che è diventato una sorta di città fantasma dopo che oltre 5 mila persone se ne sono andate per cercare fortuna all’estero. Nella vicina Dobretići dove negli anni Novanta dello scorso secolo vivevano 5 mila persone oggi ne restano 250. La scuola che ospitava ogni anno mille alunni oggi ne ha solo 3, ognuno però con la sua maestra. Eppure qui gli anni del comunismo jugoslavo li hanno vissuti da vittime. L’energia elettrica ha raggiunto la comunità dei 24 villaggi croati della regione solo nel 1984. Una punizione si racconta oggi, perché nella comunità a maggioranza croata non era stato eretto alcun monumento alla lotta partigiana.

Primo maggio Finisce in aula la Jugonostalgia “vietata”
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Verità o leggenda metropolitana non importa. I croati rimasti adesso votano Hdz (destra). Ma ora almeno votano. I musulmani per la Sda, ossia ogni etnia un partito. Risultato una Bosnia-Erzegovina ingovernabile e divisa che forse solo la jugonostalgia riesce per qualche momento a riunire. —


 

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